CUM NE PREGATIN NOI DE REFERENDUM???

CUM NE PREGATIN NOI DE REFERENDUM???
http://www.timpul.md/articol/cum-ne-pregatim-noi-de-referendum-14868.html

mercoledì 29 giugno 2011

In libreria “A Est del Nordest. In spider alla conquista della Romania e altri racconti”.

Tremila chilometri per varcare il Danubio e “conquistare” il Far East. Il racconto di viaggio di Maurizio Crema in Romania, Moldavia e Transnistria partendo da Venezia e passando dai Balcani. Un progetto che diventerà anche un documentario. Ecco un'anticipazione del capitolo sulla Transnistria e un video

A Est del Nordest è un libro di viaggi ma anche di scoperte, un’esplorazione nel Far Est d’Europa, dove i confini si confondono e anche la Storia si perde un po’, come in Transnistria,il paese non riconosciuto da nessun’altra nazione che vive cristallizzata ai tempi del Soviet, dell’Urss, del comunismo. In una Tortuga dove s’intracciano traffici legali e illegali. L’ossatura del libro, il racconto più lungo, è un viaggio con una vecchia spider vent’anni dopo la caduta del Muro, da Venezia fino alla Romania. A Est del Nordest, appunto.

Una cavalcata matta e un po’ disperata lunga 1500 chilometri con tanti fantasmi: la badante, la prostituta, l’operaio della Zastava, l’imprenditore del Nordest, il trafficante di case e donne, i contadini arricchiti col boom immobiliare (che finisce con un matrimonio zingaro e una notte magica che poteva trasformarsi in un incubo quando tre ragazzine hanno iniziato a danzarmi intorno). E scatta la paura, del diverso, dello straniero, del buio di Craiova, città oscura, poca luce e pochi lampioni. Che fare? Scappare, per le avventure c’è sempre tempo. Ma non e stata una sconfitta. Primo, perché sono tornato vivo e poi perche sono iniziati altri viaggi. Quelli raccontati nella seconda parte del libro, un po reportage e un po cartoline di un Est che e anche lo specchio del Nordest e dell’Italia di questi ultimi vent’anni: berlusconiana e arraffona.

Si narra dei monasteri affrescati della Bucovina, in Romania, dei castelli di Dracula (quello vero e quelli falsi tipo balcone di Giulietta) e dela cantina sotterraneee di Chisinau o del Barone degli zingari Moldavi che vive a Soroca, oppure di Bucarest, capitale rilucidata di un paese che non si sa ancora come abbia fatto a entrare in Europa.



Il Paese che non c’è
[Transnistria] La Bessarabia (Besarabya in turco) è una regione compresa tra i fiumi Prut (affluente di sinistra del Danubio nel suo corso infe­riore) e il Nistro: attualmente è suddivisa tra la Moldova (parte settentrionale, dopo la disfatta dei Mongoli del 1343 fu annessa al principato di Moldova) e l’Ucraina (parte meridionale o “Bessarabia storica”, o Budjak “Bessarabia Vecchia”, Bugeac in rumeno, Bugiac in lingua tartara e Bugiak in turco).

Già questo incrocio di lingue fa capire come da queste parti sia passato di tutto e non sia ancora finito. È rimasto sospeso, aleggia come un fantasma tra la pianura di campi coltivati e filari di alberi che si allungano a distesa fino al confine che non c’è. Pensi di trovarti davanti a un qualche punto geografico, un monte, un fiume, un cocuzzolo, e invece l’autostrada rattoppata finisce in un posto di blocco sorvegliato da soldati dove il primo comandamento dei cartelli è non fotografare né filmare. D’altra parte, come si può registrare un posto che non esiste? Sono passati una cinquantina di chilometri da Chişinău, ne mancheranno duecento a Kiev, ma ora mi ritrovo a fare i conti con un paradosso. «Non credo che vi sia bisogno di visto per entrare in Transnistria, ma tu portati dietro il passaporto e in ogni caso spera, non è detto che ti permetteranno di passare. Non esiste un criterio, c’è gente che conosco che entra e rientra, altri italiani che sono rimasti bloccati per ore senza speranza. Tu prova».

L’amico imprenditore italiano non è del Sud ma lavorando da queste parti da anni era diventato un fatalista convinto. E anche i suoi colleghi o la gente che ho conosciuto, rumeni e moldavi, ha lo stesso approccio. Il confine del Nistro è ancora un rebus e non solo perché formalmente quel Paese non è riconosciuto da nessuno, nemmeno dai russi che l’hanno creato quando nel 1992 l’armata del generale Lebed si schierò con i secessionisti dell’autoproclamata Repubblica di Transnistria, e passò il fiume che scimmiotta l’Istro occupando Thighina (o Bender per i russi), la città che si profila in fondo all’autostrada, dopo i fili spinati di questa frontiera che ufficialmente non esiste. Vi furono scontri, una vera battaglia, morti e feriti. Da allora la situazione è congelata, e prosperano i traffici.

Sono nervoso e lo è anche la mia guida. Lui è moldavo ma mostra alle guardie transnistrie (evocativo, eh?) un passaporto rumeno, cioè europeo. Bene, proprio un bel pasticcio. Prima di arrivare mi ha detto di nascondere macchina fotografica e telecamera, io mi sono infilato nelle mutande la memoria di tutte le mie preziose foto e ho distribuito le cassette sotto il tappetino e gli apparecchi tra le varie tasche di quel canguro d’auto che mi ritrovo. Passiamo una prima frontiera, mi si spiega che è quella moldava, ah! Poi la terra di nessuno di un chilometro tra sterpaglie e fili spinati, un’autoblindo russa, sacchetti di sabbia e pennoni a sventolare bandiere col montone. E arriva un altro stop. Spunta il cirillico. Questa è la Transnistria, Pridnestrovie in russo, mi spiega il mio Virgilio guardia del corpo autista e chissà che altro. Il poliziotto che ci scruta ha il colbacchetto nero e la divisa caki, mostrine lucenti e un bel pistolone alla cintura. Un altro passa in rassegna l’auto, batte con uno sfollagente sulla carrozzeria, si fa aprire il cofano dietro, controlla dentro e poi fa richiudere. Aprono le portiere dietro, io sudo freddo, non mi va proprio di finire in galera in un posto come questo dove l’unico soggetto riconosciuto dal mondo è la squadra di Tiraspol (città del Tyras, l’antico nome latino per Nistro), lo Sheriff, punta di un iceberg che nella parte sommersa controlla un gruppo che conta supermercati, distributori, fabbriche, televisioni, giornali, distillerie, agenzie pubblicitarie, società di costruzioni (o mamma mia, mi sembra di essere in Italia!). In pratica metà della ricchezza di questo Paese è nelle tasche di un paio di agenti segreti e del figlio del capo Oleg Smirnov. Le guardie di frontiera ci fanno cenno di accostare, parcheggiamo davanti a un prefabbricato basso e lungo dove si assiepano in altri cinquanta, donne, bambini, uomini. Tutto è scritto in cirillico, siamo già in Russia. Guardo in giro, controllo con la coda dell’occhio cosa accade all’auto, nessuno se la fila. E io mi metto in fila. C’è da compilare un foglietto con tutto quello che sono, nascita, residenza, lavoro (turista, meglio non fare i giornalisti da certe parti, o in tutte?!). Una donna dai capelli scarmigliati e rossi, gli occhi verdi e la pelle con le lentiggini, sgomita e si piazza davanti al gabbiotto mitragliando in russo la poliziotta dall’altra parte del vetro. Ride alle battute degli uomini intorno, alza un figlio di tre anni e tiene sotto controllo l’altro, capisco che vuole andare a Kiev e arriva da chissà dove. Io cerco di scambiare qualche parola con gli altri della coda, l’inglese non è diffuso ma intuisco che molti stiano andando in Ucraina per poi finire in Russia dove c’è ancora lavoro ed è più facile trovare un posto rispetto alla dura Europa che fa un sacco di storie, che quella è una porta dove transitano spesso in un’emigrazione insistita che si porta dietro chissà cos’altro. Poi è il mio turno e sorrido, il mio solito sorriso beota da ufficioso a ufficiale. La poliziotta, capelli neri e occhi azzurri, mi guarda distratta e timbra. Il mio fascino non ha fatto molto presa, ma almeno se l’è bevuta che ero solo un turista. D’altra parte il problema non è entrare, mi fa subito dopo il mio compagno di viaggio, ma uscire. Ah, grazie!



Comunque il timbro prezioso ce l’ho, non è da tutti finire in un posto che non c’è (ufficialmente). Anche se nel mondo non sono poi così rari, mi viene in mente subito la Cipro Nord turca, stessa bandiera con la mezzaluna di Ankara ma in campo bianco. E lì, a Nicosia, c’è anche l’ultimo Muro d’Europa, ma questa è un’altra storia che c’entra molto con Venezia, oh yeah. Mettiamo in moto, il documento funziona, ci alzano la sbarra fatidica. Siamo dentro. L’autostrada si snoda ancora fra campi piatti e filari di alberi, poi entriamo in una città moderna e spettrale, qualche tram, pochissime auto, una ruota di luna park grandiosamente arrugginita e i resti di una fortezza che ora è base militare sul Nistro. Il fiume arriva d’improvviso, dopo una rotonda affollata di vecchie auto, si allunga pigro e marrone verso il Mar Nero, riflette la luce del sole e mi abbaglia mentre giriamo attorno e finiamo quasi dritti contro un carro armato, dei soldati lo sorvegliano e guardano distratti la strada, un flash e sono già dietro, mi giro, sono russi. Passiamo in mezzo a uno slalom di barriere di cemento, dall’alto di una torretta spuntano altri soldati armati, e poi siamo sul viadotto che oltrepassa il fiume sacro alla santa madre Russia e allo zar che conquistò questo posto nel 1812 e da allora se lo tiene ben stretto anche se è caduto insieme al comunismo. Ora comanda per interposta persona la Repubblica di Putin, come in Abkhazia e in Ossezia. Mah! Getto un altro sguardo a Tighina, lì la maggioranza della popolazione era moldava, ma ora sono quasi tutti scappati dall’altra parte e la pulizia etnica, anzi, la semplificazione etnica, è stata completata. Di qui, in Transnistria, meno di 500.000 russofoni, di là tre milioni di moldavi. Il resto sono emigrati. Bah! Mi concentro di nuovo sulla strada, la città ha già lasciato posto alla solita campagna piatta, poi spunta una costruzione moderna, nuova di zecca, scopro che è lo stadio dello Sheriff, la squadra del signore e padrone di questo staterello che gioca anche la Champions. Assurdità nell’assurdità. Ma il massimo lo raggiungiamo quando entriamo a Tiraspol, la capitale, e dopo il palazzo monumentale del governo e la statua di Lenin con suo crapone pelato che non riluce più neppure a Mosca. Passiamo davanti a un palazzo dove campeggia la scritta Venezia. Venezia! Ma dai, anche qui, in pieno comunismo irreale… dai gira, che voglio fare una foto, dico al mio Virgilio. E lui esegue: inversione a U proprio davanti all’entrata della base russa. Bravo, perfetto, l’ideale per farsi ben volere dalle truppe occupanti che stanno qui da quasi vent’anni. Ormai sono praticamente maggiorenni, già, bella manovra. L’ho voluta io, sì… ma già siamo fuorilegge o al limite e tu ti metti anche a fare il rodeo drive, ma pensa te.

Comunque al primo incrocio rigiriamo, ripassiamo davanti alla base e finalmente arriviamo al centro di questa capitale che non esiste. Parcheggiamo. Il mio Virgilio s’infila in un palazzo squadrato e io mi immergo in questo altro mondo: avete presente il film Ritorno al futuro, quello dello scienziato pazzoide che inventa l’auto per viaggiare nel tempo? Bene, io ero stato catapultato nel passato, negli anni Settanta, nel comunismo sovietico: ragazze con stivaletto di plastica dai colori acidi e gonne smorte su uno sguardo fiero e slavo e truccatissimo. Vetrine con le tendine che un tempo erano bianche e ora assolutamente grigie sormontate da astruse parole in cirillico gialle o rosse dove spuntano in esposizione tre oggetti, tipo uno shampoo, due tinture per capelli, una parrucca. Negozi dove sfila su rastrelliere da caserma un campionario dell’essenzialità, completi di poliestere, maglioni infeltriti, scarpe da ginnastica simil Adidas e da passeggio che se non hai i calli devi essere un fachiro per indossarle. Come Doc finiva a fare il pistolero in Texas io temevo di dover fare il membro del PCI in trasferta nel Paradiso socialista, cercavo di mimetizzarmi ma tutto di me era fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo. Proprio come nel film di Zemeckis. Poi scopro che il supermercato è dello Sheriff, che la simil boutique è dello Sheriff, che anche la panetteria all’angolo è dello Sheriff, ma anche la banca, la stazione di servizio, la cattedrale, lo stadio. Non è un fondale di un film, questi vivono in un Grande Fratello. Tutto è del grande capo, del Leader, che ha costruito un mondo su misura per sé e i suoi affari a colpi di leggi ad personam e di monopoli. Tutto quello che è importato nel Paese che non c’è passa da una delle sue società, dal petrolio ai profumi, dalle scarpe alle auto. E quello che le fabbriche producono per l’estero, anche quelle degli italiani che lavorano qui, sotto discretissime coperture, passano da sue controllate. Sto camminando in un Matrix che è reale e nello stesso tempo irreale, una Rete i cui gangli finiscono sempre e comunque lassù, da Igor Smirnov. La sensazione di essere spiato e controllato diventa forte, dilagante, ti guardi in giro, mi aspetto da un momento all’altro di essere rapito, di scomparire nel nulla perché nessuno qui mi conosce e io sono in un posto che non esiste, precipitato in una finzione in un altro tempo e spazio. Forse devo smetterla di viaggiare, meglio starsene a casa, tranquillo, caminetto, cane e pipa. Questa è l’ultima volta che mi infilo in casini di questo tipo, giuro! Per fortuna la mia guida mi ripesca mentre mi sono messo schiena al muro in un posto riparato, schivo, grigio, insomma, una nullità. Dai vieni, andiamo – mi fa – ti porto al fiume e dopo andiamo alla Kvint, alla distilleria dove fanno il famoso cognac. Di chi è la distilleria? Fate un nome, uno a caso? No, no, basta è un’ossessione, l’unica fortuna è che il Grande Capo non compare mai, in tv o nei cartelloni, altrimenti mi sembrerebbe proprio di essere in un altro posto e in un altro tempo. O solo nel mio?
Nostalgia canaglia

I fiori stanno distesi davanti al gigante di granito rosso che guarda il sol dell’avvenire con cipiglio fiero. Un gruppo di vecchietti, le facce abbronzate e solcate da rughe con medaglie dell’Armata Rossa e spille CCCP orgogliosamente al bavero, parlotta tranquillo all’ombra della statua di Lenin che troneggia nella grande piazza del Soviet Supremo della Pridnestrovskaia Moldavskaia Respublica (Pridnestrovie in breve, in cirillico scriverlo è un’impresa), l’ultima repubblica socialista sovietica sopravvissuta al naufragio dell’URSS. In alto, sulla sommità del palazzo in stile classicocomunista svetta ancora la falce e il martello incorniciati da spighe e uva e sormontati da una stella rossa. Tutto come allora, vent’anni fa, quando cadde l’Unione e scoppiò la guerra civile tra moldavi e russi, tra cirillico e latino, tra voglia d’Europa e nostalgia del sistema che resse questo sterminato Paese per settant’anni fino all’arrivo di Gorby. Duemila e passa morti e una dittatura dell’ex capo del KGB Igor Smirnov dopo quei ragazzi classe 1945 stanno a festeggiare il faro della Rivoluzione d’ottobre, l’ideologo e la scintilla di quel movimento che voleva cambiare il mondo e ha lasciato solo ricordi e miserie. Sorridono quando io e il mio compare filmico Enrico chiediamo notizie, storie, informazioni provando tutte le lingue che conosciamo, compreso il dialetto veneto, senza avere l’unica che ci permetterebbe di dialogare con loro: il russo. Sono un po’ timorosi, chi siamo, da dove veniamo – «Italianiskj, eh!» – ma non ci credono, non capiscono come possano arrivare fin lì – a Tiraspol, nella capitale dello stato che non è riconosciuto da nessuno tranne che da pezzi di Abkhazia e Ossezia – dei turisti. Turisti di che? Del tempo che fu? Però si avvicinano, cercano di parlarci, i sorrisi bambini mentre vogliono spiegarci che festeggiano – scopriremo giorni dopo che il 22 aprile è l’anniversario della nascita di Vladimir Il’ic Ul’janov, il compagno col pizzetto e lo sguardo fisso – come vivono, cosa sognano ancora quegli occhi un po’ umidi che guardano a un passato che non esiste più eppure vive ancora in loro e in quel monumento alto otto-dieci metri. La testa pelata del grande rivoluzionario rifulge al sole di questa Pasqua imminente, i baffoni e il mento aguzzo fendono l’aria, l’orizzonte, il braccio sta teso e chiuso in un pugno serrato mentre sembra che si protenda, come se il gigante stesse per parlare, per lanciare un comizio dei suoi, per infervorarsi nella grande illusione comunista. Quello che spicca in questa statua, una delle ultime rimaste di Lenin sulla faccia della terra, è la coda che sfugge alla sua sinistra: il suo cappotto stilizzato si confonde in un’ala di granito, pronto a portare in volo lui e le sue parole come in un quadro di Chagall. Non gli bastano i tulipani rossi come omaggio, il vecchio condottiero vorrebbe di più, forse risorgere per lanciare una nuova sfida al capitalismo. Ma quello è un miracolo riservato solo agli dèi, a Gesù. Lui era solo un uomo che morì presto, nel 1924, e non vide i disastri che aveva contribuito a partorire come questo stato ai confini dell’Europa, una lingua di terra delimitata dal fiume Nistro grande poco più della Valle d’Aosta e meno della Liguria dove vivono in mezzo milione senza un passaporto valido per il resto del mondo (devono usarne altri, ucraini, russi, moldavi) e con una moneta, il rublo, seppellita dalla storia ma non dai maneggi del Grande Fratello che tutto comanda qui.

«I grandi magazzini Sheriff? Le pompe di benzina? La concessionaria Mercedes? La fabbrica tessile? L’acciaieria, i cementifici? Ristoranti, discoteche, perfino la squadra di calcio, tutto è suo. Senza il suo sì qui non puoi far niente, per questo tutto è ordinato, in regola. Qui la corruzione non esiste». In compenso potrebbero furoreggiare traffici di armi, droga, donne, organi, adozioni illegali. Ma lui fa spallucce, non ci crede: «Tutta propaganda negativa, come i servizi delle Iene in tv, girati in Moldova». Sergio Luciano è un italiano del Sud sulla quarantina che con Lenin ha in comune una bella pelata e che tre anni fa ha deciso di trasferirsi a vivere a Tiraspol dopo aver bazzicato per anni in Moldova, a Chişinău. Ebreo osservante, scorrazza tra Ucraina, Transnistria e chissà quanti altri posti di quest’Europa di confine a caccia di affari (lavora nel campo dell’abbigliamento, c’entra con la produzione a Tiraspol della Moncler, ma non solo) e anche di fidanzate: «Ne ho un paio a Chişinău, una a Tiraspol, un’altra a Odessa», dice questo maschio italiano vero accarezzandosi la pancia accentuata. «Qui hai davanti a te solo tre risposte se vuoi fare affari: no, sì, e partecipo anch’io» spiega infervorato. «Perché qui sono pronti a metterci i soldi se credono nel progetto, non come in Moldova che ti dicono investi e poi cercano di fregarti l’affare o di prosciugarti con bustarelle varie. È semplice: se a lui [cioè a Smirnov, n.d.A.] vai bene entri, altrimenti sei out. E ora vuole aprirsi al mondo, vuole che arrivino gli investitori dall’estero, anche dall’Italia».

Per questo ci ha portato a visitare una vecchia fabbrica di carri armati poi diventata di camion e oggi di semoventi per granaglie: la Dhecmp Aemo (tradotto dal cirillico), Dnestrauto. Un posto cadente che lui magnifica: «Vedi è tutto pulito, ti sfido a trovare una carta per terra, olio e ruggine sono banditi». Effettivamente tranne nell’ultima ala della fabbrica, dove i vetri rotti ci sono, il resto sembra in ordine. In ordine e anche in gran parte vuoto. «Vent’anni fa lavoravano duemila persone, ora siamo rimasti in duecento», spiega Petr Kirilovich, vice direttore della fabbrica, un bulgaro di qui (c’è anche questa minoranza in questo lenzuolo di Stato incuneato tra Ucraina e Moldova). E i macchinari come le strutture, gli uffici, i bassorilievi, tutto sembra essersi fermato al 1991, quando ancora c’era l’URSS caro lei, tranne il castello di Bender, la città dall’altra parte del Nistro che i moldavi chiamo Tighina e i russi hanno conquistato dopo una battaglia nel 1991. Le sue torri spuntano dalle grandi vetrate della fabbrica che confina assurdamente con questa fortezza fondata nel XV secolo da Ştefan cel Mare, fatta possente da Solimano il Magnifico alla metà del secolo dopo e conquistata dai russi alla fine del XVIII secolo grazie anche al barone di Münchausen, che qui si sparò sulla palla di cannone per far vincere le truppe del principe Potemkin, anzi del Serenissimo Principe Potemkin Tavriceskij (cioè di Tauria-Crimea), sposo segreto della zarina Caterina II. All’inizio di quel secolo anche gli svedesi spiaggiarono da queste parti, cercando di battere i russi dello zar e finendo per perderci il loro re Carlo XII.

Smirnov è orgoglioso di tutte queste storie e ha deciso di far sgombrare i militari da quella che è ancora per metà una loro base per iniziare restauri faraonici alle lunghe mura e alle otto torri superstiti, finanziando anche la creazione di un museo e l’erezione di busti e statue a tutti i grandi generali. E il barone s’è conquistato un suo angolo nel sacrario del Grande Capo, compreso di busto e lapidi che spiegano le sue gesta di allucinato soldato finito sulla luna e non solo. Ma i resti delle migliaia di soldati che perirono qui per difendere o conquistare questo avamposto strategico per commerci e domini (alla foce del Nistro, settanta chilometri da qui, sorge il castello di Moncastro o Maurocastro, ex colonia di Venezia sul Mar Nero) sono stati piazzati all’inizio della città, in un sacrario con tombe di tante guerre, anche dell’ultima che produsse 486 “martiri”, almeno stando alla fanfara del regime. Civili e soldati che combatterono ex fratelli comunisti riuscendo a scamparla grazie a fratelli russi, quella XIV armata che oggi sembra essere stata in gran parte sgomberata, ne rimangono solo cinquecento di soldatini.

Chissà che questi vecchietti timidi sotto il testone di Lenin non fossero dei suoi vent’anni fa. Abbiamo cercato di scoprirlo con domande e gesti finendo per essere quasi arrestati dagli agenti di guardia al Soviet Transnistro. Per fortuna eravamo stati ben indottrinati: «Rispondete sempre che siete turisti», ci aveva detto Luciano. E noi lo ripetemmo a tutti quelli che ce lo chiesero, anche al baffone che doveva decidere della nostra sorte: guardina o libertà? Decise che eravamo troppo stupidi, lì, sotto Lenin e il sole con macchina fotografica e videocamera, per essere veramente pericolosi. Meglio così. E il traffico d’armi descritto in un servizio delle Iene? «Perché dovrebbe sporcarsi le mani Lui con quegli affari? Controlla già metà del PIL della Pridnestrovie, ha un patrimonio personale stimato in tre o quattro miliardi di dollari (l’altra valuta che conta da queste parti), volete che si sporchi le mani con queste inezie? La verità è che a tutti, Moldova, Ucraina, Russia, Europa, fa comodo che Lui comandi e che questo Stato esista, perché qui la gente vive, studia, fa figli, affari, quindi a differenza di quello che pensano tutti, la Transnistria c’è». E combatte insieme a Lui con le sue ragazze dal tacco dodici anche per comprare il pesce dai camion cisterna. Ma hai voglia a mostrarti altera e sculettante tra vecchie auto zigulì e nuovi suv neri. Questo posto sospeso nel limbo dell’ultimo Soviet rimane una gabbia grigia sull’orlo del disfacimento, con i ragazzi costretti a pascolare le pecore in periferia in mezzo a un ex bunker sovietico e alla sporcizia, le fabbriche che stanno in piedi per miracolo e gli imprenditori come Vyacheslav Driglov che non vede l’ora di trovare sponde occidentali per far decollare la sua software house, e i sindaci di campagna che devono implorare i preti italiani come il padovano don Sergio di creare strutture sociali, oratori, mense, ospedali nei loro paesi perché il Grande Fratello pensa ad altro. Forse invidia il barone di Münchausen e vorrebbe finire in orbita con una Soyuz come hanno già fatto altri ricconi prima di lui.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/29/in-libreria-a-est-del-nordest-in-spider-alla-conquista-della-romania-e-altri-racconti/131290/

http://www.youtube.com/watch?v=aULJ15mJ6fs&feature=player_embedded

venerdì 24 giugno 2011

Conferința de presă: „Mamele împotriva torturii”

Joi, 23 Iunie 2011 15:04
Acest eveniment este una dintre activitățile Campaniei dedicate Zilei Internaţionale a ONU pentru Susţinerea Victimelor Torturii – 26 iunie, organizate de către Centrul de Reabilitare a Victimelor Torturii ”Memoria”.  
În ajunul zilei – de 26 iunie, rudele victimelor torturii, violenței și tratamentelor inumane și/sau degradante au îndemnat autorităţile naționale să stopeze tortura pe ambele maluri ale Nistrului şi să-i tragă pe torţionari la răspunderea reală.
Ana BĂTRÎNCEA, Ecaterina TANASIEV, Ina CALUN, Ecaterina GHEORGHIȚĂ, mame ale căror fii au fost arestați ilegal și torturați în Comisariatele de Poliție în urma protestelor din 7 aprilie 2009, țin să atragă atenția asupra următoarelor fapte:
  • față de copii lor a fost încălcată prezumţia nevinovăţiei și li s-au încălcat drepturile cele mai elementare;
  • victimele au fost lipsite de dreptul de a recunoaște și a afla numele torționarilor/colaboratorilor de poliție;
  • investigația cazurilor de tortură a fost foarte anevoioasă, dificilă și cu retraumatizarea repetată a victimelor și a membrilor familiilor lor;
  • procesele de judecată sunt tergiversate la nesfîrșit, iar presiunile asupra victimelor continuă chiar și în prezența judecătorilor. De asemenea, a fost inadmisibil faptul că unii băieți au fost luați cu forța din cadrul instituției de învățământ, fără careva acțiuni din partea directorului sau a dirigintelui.
”Noaptea aceea a fost un calvar pentru mine. Credeam că nu-mi mai văd copilul viu. Simţeam o frică imensă, deoarece poliţiştii îi arestau pe toţi care îi întâlneau în stradă. Noi am născut și am crescut copiii noștri nu pentru ca să fie folosiți în scopuri politice și ulterior transormați fizic și psihologic în invalizi. Dorim să fie trași la răspundere toți polițiștii implicați în actele de tortură!”, spun mamele.
Natalia MOZER, Vera ERIOMENCO, Marina POPOVSCAIA, Stela SURCHICEAN, mamele si rudele apropiate ale victimelor torturii și tratamentului inuman din regiunea transnistreană, solicită: 
  1. crearea unui grup de profesionişti independenţi – procurori, avocaţi, experţi, judecători, care ar avea accesul la documente și dosare, precum și dreptul să prezinte rapoarte și constatări, care ar fi acceptate în toate instanțele.  Membrii grupului ar trebui să includă și reprezentanţi din ţările participante la formatul de negocieri 5+2, precum și societatea civilă;
  2. crearea condiţiilor de acces în închisori. Membrii organizaţiilor societății civile să monitorizeze condiţiile din penitenciare și respectarea drepturilor omului; 
  3. Asigurarea unor standarde minime pentru deţinuţi: încăpere aerisită, apă potabilă, produse alimentare, spaţii de recreere, condiţii elementare de igienă personală şi de prevenire a bolilor infecţioase,etc.;
  4. efectuarea examenului medical obligatoriu pentru toţi deţinuţii cu îndeplinirea documentelor justificative relevante; 
  5. asigurarea tratamentului medical calificat și adecvat stării deținuților
  6. asigurarea cu medicamentele necesare pentru deţinuţi, în special pentru cei care suferă de tuberculoza, hepatita virală, SIDA şi alte boli infecțioase și/sau contagioase;
  7. izolatoarele de detenție preventivă să fie scoase de sub jurisdicția miliției, deoarece reprezentanții acestei structuri au acces la victime în afara programului de lucru (după orele 18:00);
  8. interogatoriul să fie efectuat doar în prezenţa avocaţilor. Orice detenţie cu o durată mai mare de 24 de ore și condamnarile emise de către instanțele judecătorești ale autoproclamatei republici nistrene, să fie contestate la orice tribunal din orice țară care participă la formatul de negocieri 5+2, astfel încât să fie încetate acțiunile ilegale a structurilor de pe malul stîng al Nistrului. 
”Noi - mamele victimelor torturii din regiunea transnistreană, facem apel către toţi cetăţenii din Republica Moldova să spună un ferm: "NU" - torturii!”. Încurajăm pe toți cei care luptă cu acest fenomen şi care sprijină și ajută supravieţuitorii torturii, îi încurajează să-și continue viața, să se re-integreze în familiile lor și să devină din nou membri utili și cu drepturi depline ai societăţii noastre.” 
Ținem să menționăm că Centrul de Reabilitare a Victimelor Torturii ”Memoria” este primul și unicul centru de reabilitare a victimelor torturii, care activează din aprilie 2000. În prezent acordăm asistență medico-socială și legală la 178 de victime recente ale torturii, violenței, tratamentelor inumane și/sau degradante, precum și rudelor acestora, inclusiv celor din regiunea transnistreană.
Informaţii suplimentare:
Pe data de 26 iunie 1987, a intrat în vigoare Convenţia ONU Împotriva Torturii. În anul 1997 Adunarea Generală a ONU, prin rezoluţia 52/149, a declarat ziua de 26 iunie drept Zi Internaţională a ONU pentru susţinerea victimelor torturii. Scopul acestei decizii este eradicarea torturii şi aplicarea efectivă a Convenţiei împotriva torturii şi altor pedepse şi tratamente cu cruzime, inumane sau degradante.
În conformitate cu legislaţia internaţională, s-a impus o interdicţie absolută asupra aplicării torturii şi altor pedepse şi tratamente cu cruzime, inumane şi degradante.
Pentru mai multe informaţii, contactaţi:
RCTV „Memoria”: Ludmila Popovici, Director Executiv, +373 22 27 32 22; memoria@mdl.net; www.memoria.md    

mercoledì 22 giugno 2011

Piccoli ma importanti: la Repubblica di Moldavia in bilico tra il futuro ed i fantasmi del passato Moldavia .
 
Piccoli ma importanti: la Repubblica di Moldavia in bilico tra il futuro ed i fantasmi del passato
Come ben sappiamo, i Paesi sorti in seguito al crollo dell’Unione Sovietica hanno dovuto affrontare tutta una serie di sfide politiche, economiche e militari al fine di mantenere e/o rafforzare il proprio ruolo geopolitico e garantirsi, di conseguenza, la sopravvivenza nell’arena internazionale.
La Repubblica di Moldova è uno di questi Stati impegnati in una difficile transizione verso un modello politico più stabile ed efficace e un assetto economico più trasparente, efficiente e soprattutto prospero.
Come avremo modo di vedere tra poco, le sfide che attendono la Moldova sono molte e dalla loro risoluzione dipenderà il futuro di questo piccolo ed importante Stato situato nell’Europa sudorientale incastonato tra Romania ed Ucraina e pienamente integrato nelle altamente instabili dinamiche politiche che connotano la regione del Mar Nero.
Se, come cercheremo di mostrare tra breve, la pace e la stabilità dell’Europa dipende anche dalla stabilità interna di questo piccolo Paese, allora è probabile che la risoluzione del conflitto con la secessionista Transnistria sia la sfida più complessa ed importante che attende i policy-maker di Chisinau. Chiaramente la ricomposizione di quel conflitto dipende in larga misura dalla volontà delle Grandi Potenze i cui interessi passano anche per quel territorio. Detto questo è bene precisare che sarebbe sbagliato pensare alla Moldova come una semplice vittima delle volontà altrui. Seppur angusti, i politici moldavi mantengono un certo spazio di manovra sia nella politica interna sia in quella internazionale (teatro regionale) che deve essere sfruttato con intelligenza e lungimiranza, spazio che può essere ampliato se si decidesse di procedere verso riforme volte da un lato a rafforzare il sistema politico e dall’altro a combattere le sacche di corruzione che si annidano nell’economia e nella burocrazia nazionale.
Anche nel caso moldavo politica interna ed internazionale si intrecciano senza soluzione di continuità.
La Moldova oggi: un Paese in bilico tra difficoltà economiche e crisi politica
La Moldova è una Repubblica Parlamentare. E’ uno degli Stati più piccoli d’Europa, sia sotto il profilo territoriale (circa 34000 km²), sia sotto il profilo del numero di abitanti (poco più di 3,5 milioni).
Sebbene durante il periodo sovietico abbia conosciuto una certa prosperità oggi la sua economia si trova a fronteggiare enormi difficoltà. Non è quindi casuale se il Paese viene spesso definito il più povero d’Europa a causa del suo reddito pro-capite ben al di sotto della media europea.
L’attuale crisi economica non ha fatto che rendere più complessa una situazione già abbastanza delicata caratterizzata da un’economia che presentava molti squilibri, primo fra tutti la pesante dipendenza dalle rimesse degli immigrati moldavi. Infatti, dal 2000 al 2008 il Paese ha registrato una buona crescita media del PIL pari al 6%. Tale trend è stato alimentato soprattutto dai consumi sostenuti dalle rimesse dall’estero.
La crisi in Moldova è arrivata più tardi ma ha colpito molto duro: nel 2009 si è assistito ad un crollo delle rimesse dall’estero del 29%, una flessione del PIL pari al 6.5% ed un rallentamento dei consumi del 12%. Si tenga inoltre presente che il debito pubblico moldavo si aggira pericolosamente attorno al 116% del PIL. Queste difficoltà economiche hanno costretto il governo moldavo a prendere seri provvedimenti che nell’ottobre del 2009 si sono concretizzati in un programma di stabilizzazione economica e a rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale che nel febbraio 2010 ha deciso di mettere a disposizione di Chisinau 574 milioni di dollari. Oltre a questo, una Conferenza dei donatori (a cui hanno preso parte la Banca Mondiale, il FMI, l’Unione Europea e molti Paesi come USA, Giappone e Cina) tenutasi a Buxelles lo scorso 25 marzo ha promesso di stanziare 2.6 miliardi di dollari a favore della Moldova.
Chiaramente i dati macroeconomici da noi presentati sono sufficienti per capire che il modello economico moldavo ha bisogno di una serie di riforme necessarie a renderlo più forte, trasparente, competitivo ed efficiente sotto il profilo del consumo energetico.
Tuttavia, a destare più preoccupazione in questo momento non è tanto l’economia quanto la difficoltà che il sistema politico stà fronteggiando da poco meno di un anno. Nell’aprile del 2009, a seguito di elezioni parlamentari, vinte dal Partito comunista dell’allora Presidente Voronin, duramente contestate dall’opposizione, si verificarono violenti scontri di piazza (la cosiddettaTwitter revolution) e veri e propri attacchi contro il Parlamento. L’opposizione accusava il governo di aver commesso brogli pesantissimi che rendevano inaccettabili i risultati. In realtà la presidenza dell UE ha definito le elezioni, sulla base del rapporto della International Election Observation Mission inviata in Moldova, libere e pluraliste.
Poichè il Partito comunista ottenne 60 seggi, 1 in meno rispetto a quelli necessari a securizzare l’elezione del Presidente, Voronin fu nominato Presidente della Camera ed assunse la Presidenza della Repubblica ad interim.
Nel giugno dello stesso anno si procedette a nuove elezioni poichè la Costituzione prevede che si ritorni al voto se non si riesce ad eleggere un Presidente entro 30 giorni. I 4 partiti ‘pro-occidentali’ alleati tra loro (sotto il nome di Alleanza per l’Integrazione Europea) raccolsero abbastanza voti (53) per creare un governo (guidato dal liberale Vlad Filat) e cominciarono ad implementare il loro programma di governo enfaticamente chiamato ‘Ripensare la Moldova’ che presenta una linea politica marcatamente pro-occidentale e orientata ad indebolire il potere dei comunisti.
Un evento importante si verifica poi l’11 settembre 2009 quando il Presidente ad interim Voronin decide di rassegnare le dimissioni. Il nuovo governo propone alla carica di Presidente Marian Lupu ma, mancando dei numeri necessari previsti dalla Costituzione (non si dimentichi che serve una maggioranza di 61 parlamentari) e osteggiati dai comunisti che non votano per il candidato proposto dal governo, fallisce ripetutamente obbligando il Paese ad avere un Presidente ad interim (Mihai Ghimpu, Presidente del Parlamento).
In un certo senso a partire dal settembre 2009 Il governo porta avanti una partita, pericolosa per la stabilità del Paese e per la credibilità del governo, che viene giocata su due tavoli: da un lato prova, e fallisce, a far eleggere il proprio candidato entro i termini temporali stabiliti dalla Costituzione per evitare nuove elezioni. La Corte Costituzionale in marzo ha stabilito che bisogna tornare alle urne entro il 16 giugno 2010, cioè entro un anno esatto dalle precedenti elezioni. Dall’altro mette in cantiere l’ipotesi di una profonda modifica della Costituzione, in particolare si propone l’idea di modificare tramite referendum l’articolo 78 al fine di rendere diretta l’elezione del Presidente della Repubblica (non del tutto casualmente tale idea ha preso forza soprattutto quando i sondaggi hanno mostrato che Lupu aveva sorpassato Voronin nell’indice di gradimento).
Ciò che ci preme sottolineare è che questa fase di stallo e tensioni reiterate si verifica nel momento in cui il Paese avrebbe avuto bisogno, a causa della situazione economica di cui abbiamo già parlato, di un largo consenso e non di uno scontro logorante a livello istituzionale. Inoltre non può passare inosservato il fatto che il governo, che ama presentarsi come campione della democrazia liberale, abbia messo mano ad azioni che in realtà contraddicono molto quel modello e che, al contrario, assomigliano più a metodi autoritari. Per capirci vediamo rapidamente qualche esempio significativo: innanzitutto la volontà di cambiare la Costituzione di fronte ad una fase di stallo al fine di favorire l’elezione del proprio candidato senza curarsi troppo degli effetti laceranti che potrebbero avere sulla vita politica sembra un atto poco lungimirante che potrebbe ritorcersi anche contro la stessa coalizione di governo. Inoltre, il governo stà evidentemente forzando il dettato costituzionale con interpretazioni poco ortodosse. Infine, i processi aperti contro il Ministro degli Interni del precedente governo e del Capo della Polizia hanno più il sapore della vendetta che non della volontà di fare chiarezza sui fatti dell’aprile 2009, quando ci furono scontri di piazza guidati dall’opposizione a cui il risultato delle urne non piaceva per niente.
Tornando alla questione della riforma costituzionale i comunisti si sono espressi favorevolmente sull’elezione diretta del Presidente a patto che si torni a votare per un nuovo Parlamento così come ordinato dalla Corte Costituzionale.
Nonostante questa apertura ci sembra che la strada migliore sia quella di lasciar cadere il nome di Lupu e trovare un candidato che sia accettato anche dai comunisti e solo dopo aprire il confronto per apportare le necessarie modifiche alla Costituzione al fine di metterla al passo con il Paese.
Ci sembra evidente che ciò che i cittadini moldavi si aspettano dalla politica in questo momento siano delle risposte serie ai mali che affliggono lo Stato e spingono migliaia di persone ad emigrare in cerca di condizioni di vita più dignitose. Al contrario, un cambiamento della costituzione come quello proposto dal governo non farebbe altro che allontanare ancor di più i cittadini dalla politica e dalle istituzioni.
Come mostreremo nel seguente paragrafo, se esiste qualcosa di cui la Moldova non difetta sono proprio le sfide geopolitiche. Se le elite politiche moldave vogliono essere all’altezza della situazione devono invece recuperare i cittadini alla politica al fine di utilizzare tutte le energie e le capacità racchiuse in quel piccolo Stato. Questo può essere fatto se e solo se le istituzioni vengono rispettate e non piegate alle necessità contingenti di chi governa.
Il nodo geopolitico della Transnistria…
Quello della Transnistria è un vero e proprio nodo geopolitico in grado di destabilizzare l’Europa intera e che merita dunque un’attenzione particolare. Le prime nubi nere che preannunciavano il conflitto tra Repubblica di Moldova ed i separatisti della Transnistria cominciarono ad addensarsi nell’ultima fase della storia sovietica quando grazie alla politica di Gorbaciov fu permessa l’istituzionalizzazione della lingua rumena e dell’alfabeto latino per poterla scrivere. Questo chiaramente spaventò molto la popolazione slava (Ucraini e Russi) che fino a quel momento avevano avuto un ruolo assolutamente preminente. Nella parte orientale del Paese (cioè la Transnistria), in cui gli slavi erano la maggioranza nelle aree urbane, la protesta sfociò nella proclamazione di una Repubblica nel settembre 1990. Un anno dopo, nell’agosto dell’anno successivo, proprio nel momento in cui Gorbaciov era vittima di un fallito golpe, fu dichiarata l’indipendenza. Anche la Moldova compie lo stesso atto dopo qualche giorno e la dichiarazione d’indipendenza riguarda, ovviamente, tutto il territorio della Repubblica socialista di Moldova.
La tensione sale settimana dopo settimana ed esplode quando l’allora Presidente moldavo Mircea Snegur, dopo aver incassato lo status di membro ONU (2 marzo 1992), ordina di sconfiggere le truppe ribelli della Transnistria che avevano da poco attaccato una stazione di polizia fedele a Chisinau.
Questa escalation mette in mostra tutte le contraddizioni del ‘progetto Moldova’ voluta da Stalin che la creò nel 1940 accorpando la Bessarabia, sottratta alla Romania grazie al Patto Molotov-Ribbentropp, con l’industrializzata regione del Dniester che fino ad allora aveva goduto di uno status autonomo all’interno dell’Ucraina.
La guerra dura poco e si conclude con il cessate il fuoco stipulato il 21 luglio 1992, che sancisce il fallimento del tentativo moldavo, la stabilizzazione del frozen conflict in Transnistria (dove si consolidano le strutture statali) ed il dispiegamento di truppe di peacekeeping russe, moldave e della Transnistria.
Quel conflitto ancora oggi non ha trovato una soluzione e continua a rappresentare una minaccia per la sicurezza e la stabilità europea. A causa di visioni geopolitiche differenti e spesso contrastanti sia tra i due diretti contendenti, Chisinau e Tiraspol, sia tra questi e le Potenze esterne coinvolte, ci sembra che una soluzione politica della questione non sia in vista.
…. ed il ruolo delle potenze esterne, grandi e piccole
Fin dal principio le influenze esterne hanno giocato un ruolo decisivo in Moldova ed in Transnistria creando dei pesantissimi condizionamenti ai decisori di Chisinau. Per i motivi che presto vedremo ci sembra di poter affermare che, sebbene non siano gli unici, Russia, Romania ed Unione Europea svolgano il ruolo più importante.
Il ruolo della Russia in Transnistria è difficilmente sottovalutabile. Sebbene molti amino dipingere la presenza russa a Tiraspol (capitale della autoproclamatasi Repubblica di Transnistria, non riconosciuta giuridicamente da nessun Paese al mondo ad eccezion fatta per Abkhazia ed Ossezia del Sud, che hanno anch’esse qualche problema ad essere riconosciute) come l’esempio lampante dell’imperialismo russo e della malafede del Cremlino, la questione è in realtà molto più complessa. La popolazione della Transnistria, soprattutto quella di origine slava, vede la presenza delle truppe russe come una garanzia contro la possibilità di diventare cittadini della Romania. Ancora oggi Bucarest è vista con grande sospetto in questa Repubblica autoproclamatasi.
Le truppe russe hanno avuto un ruolo chiave fin dall’inizio: non si dimentichi infatti che è grazie alla presenza della ex 14° armata sovietica al comando del generale Alexander Lebed che l’offensiva moldava del 1992 è stata respinta con successo. Da quel momento la presenza russa si è consolidata, non solo a livello militare ma anche a livello economico. In un certo senso la Russia potrebbe ritirare le proprie truppe anche domani senza perdere la possibilità di giocare un ruolo preponderante in Transnistria grazie alla sua massiccia presenza nell’economia locale. Chi invece non vuole il ritiro russo sono le elite della Transnistria: il ritiro delle truppe russe cominciò infatti nel 2001 grazie ad un accordo internazionale ma fu ben presto interrotto a causa del rifiuto di Tiraspol a lasciar partire le armi di proprietà dell’esercito russo bloccando quindi il ritiro. E’ chiaro da questo esempio che Tiraspol vede nella massiccia presenza russa sul suo territorio l’unica vera garanzia di soppavvivenza e preme affinchè le proposte di risoluzione del conflitto presentate dal Cremlino tengano conto della volontà di rimanere un’entità politica a se stante. La Transnistria ha mostrato la sua volontà di confluire nella Federazione Russa con un Referendum tenutosi nel settembre 2006 e non riconosciuto nè da Chisinau nè dalla comunità internazionale.
Il rapporto che Mosca ha con la Moldova non è altrettanto idilliaco. Non lo è ora che a Chisinau siede un governo dichiaratamente pro-occidentale che potrebbe mettere in discussione la propria neutralità a favore di un avvicinamento sostanziale alle strutture politiche e militari occidentali (UE e NATO), mentre sappiamo che Mosca vede in tale neutralità una barriera all’espansione dell’Alleanza Atlantica ritenuta pericolosa per la propria sicurezza nazionale. In realtà i rapporti non erano perfetti anche quando c’erano i comunisti di Voronin a governare, i quali avevano certo verso Mosca un occhio di riguardo ma mai al punto da compromettere quelli che erano ritenuti essere gli interessi nazionali: ad esempio, Voronin non ha mai accettato il piano Kozak presentato da Mosca e volto a creare una Federazione tra le due entità.
Detto questo è bene comunque sottolineare che l’asso nella manica di Mosca si chiama gas. La dipendenza della Moldova dal gas russo è pesantissima e sia nel 2006 che nel 2009 si sono verificate interruzioni ai flussi di gas (nel primo caso a causa del rifiuto moldavo a pagare un prezzo più alto, nel secondo a causa del contenzioso russo-ucraino). E’ chiaro che se vogliono godere di una posizione geopolitica più salda i policy-maker moldavi devono diminuire questa dipendenza incrementando l’efficienza dell’economia nazionale. Non partecipare con le proprie truppe alla parata sulla Piazza Rossa per celebrare la vittoria sul nazismo sarà pure un gesto simbolico (anche se sono state addotte ragioni economiche) ma non intacca la debolezza moldava nei confronti di Mosca.
La Romania gioca chiaramente un ruolo importante nelle vicende moldave. Sotto il profilo etnico, culturale e linguistico i due Paesi sono vicinissimi e questo non può non avere delle ripercussioni geopolitiche. Bucarest ha sempre cercato di attrarre a sé Chisinau al fine di intensificare i rapporti e di promuovere i propri interessi in una terra che è vista come appartenente all’universo rumeno.
Fin dall’inizio del conflitto la Romania è stata percepita da Tiraspol come un pericolo al punto che il generale russo Lebed, durante la guerra del 1992, rassicurò i rumeni sul fatto che la sua armata era in grado di raggiungere Bucarest in un paio d’ore!
L’attuale governo moldavo, nel tentativo di avvicinarsi il più possibile all’Unione Europea, ha intrapreso una serie di passi verso la Romania che potrebbero avere conseguenze geopolitiche importanti. Come ben sappiamo, la lingua è un fattore identitario fondamentale che influenza la rappresentazione geopolitica di un Paese. Ora, la Costituzione moldava stabilisce che la lingua ufficiale dello Stato è il moldavo, tuttavia poco tempo fa il Presidente del Parlamento ha pubblicamente dichiarato che Moldavi e Rumeni condividono le stesse origini etniche e parlano la stessa lingua: il rumeno. Si dice inoltre che sempre lo stesso Presidente Ghimpu abbia proposto di cambiare il nome della lingua ufficiale dal moldavo al rumeno e rivedere l’idea di neutralità al fine di avvicinare Chisinau all’Unione Europea.
Se tali proposte fossero implementate si verificherebbe un allineamento moldavo sulle posizione di Bucarest ed un ennesimo allontanamento tra Chisinau e Tiraspol, magari quello definitivo, visto e considerato che come abbiamo detto la popolazione della Transnistria non vuole avvicinarsi a Bucarest. Si avrebbe inoltre una più che comprensibile reazione da parte della Russia spaventata da un così importante mutamento. Ad innalzare il livello d’allerta russo contribuisce anche il fatto che i due Paesi hanno incrementato i loro rapporti militari stipulando da poco un’accordo sulle priorità della cooperazione tra i due eserciti per i prossimi anni ed un Protocollo di collaborazione tra le forze aeree della Romania e le forze aeree militari della Moldova e che la Romania ha deciso di incrementare le spese militari al fine di modernizzare le forze armate.
Infine l’Unione Europea che ha un interesse strategico nel favorire e mantenere la stabilità nel suo confine sudorientale favorendo fin dove è possibile, attraverso certe politiche ad hoc, l’acquisizione del cosidetto aquis communitaire, ritenuto a Bruxelles come la conditio sine qua non verso la realizzazione di una forma di stato democratica secondo i parametri occidentali e l’acquisizione del benessere economico.
Chiaramente nella sua politica verso la Moldova l’Unione Europea è fortemente influenzata da Bucarest.
Gli strumenti politici messi in campo da Bruxelles sono molti. Probabilmente i più importanti, soprattutto per consistenza finanziaria, sono la European Neighborhood Policy e la Eastern Partnership in cui la Moldova è coinvolta attivamente e da cui riceve aiuti consistenti per la realizzazione di una serie di riforme e progetti. Basti dire che per il periodo 2011-2013 la Moldova riceverà 273 milioni di euro, circa il 75% in più di quanto ha ricevuto la volta precedente. Inoltre si discute della possibilità di stipulare un Accordo di Associazione i cui pilastri saranno (o dovrebbero essere) un accordo di libero scambio e l’abolizione del regime dei visti per i cittadini moldavi che vogliono entrare nell’UE.
L’Unione Europea ha definito le elezioni dell’aprile 2009 come libere e pluraliste e ha condannato la violenza: nonostance ciò appare chiaro che Bruxelles sia portata a vedere nel governo di Filat e nella sua retorica ultra-europeista un interlocutore con cui discutere a tutto campo di una collaborazione ampia volta ad un avvicinamento della Moldova all’UE, sebbene nessuno parli dell’ingresso nell’Unione. Allo stesso modo, si tende a chiudere gli occhi sugli aspetti meno piacevoli di quel governo.
Per quanto riguarda la Transnistria, l’UE ha attuato delle misure restrittive imposte contro la dirigenza di Tiraspol a partire dal 2003 e con la Missione EUBAM, creata nel 2005, sostiene gli sforzi ucraini e moldavi volti a migliorare il controllo della frontiera tra le 3 entità politiche e a scoraggiare i traffici illeciti che in quella parte di mondo trovano terreno fertile.
Conclusioni
Come abbiamo visto la Moldova è uno Stato piccolo che presenta tutta una serie di debolezze politiche ed economiche a cui si somma la presenza di un frozen conflict sul proprio territorio (o meglio, su un territorio su cui ambisce ad esercitare la propria sovranità) che non rende certo le cose più facili. Le debolezze e le incongruenze che affliggono le istituzioni politiche ed economiche del Paese sono una sfida che le elite moldave possono e devono assolutamente vincere se vogliono rafforzare la capacità del Paese di promuovere autorevolmente i propri obiettivi geopolitici in un’area alquanto turbolenta, e permettergli di avere un ruolo più attivo nello scacchiere Regionale.
Un rafforzamento del genere si rivelerebbe utile anche a rinvigorire la posizione moldava nella complessa e delicata partita che si sta giocando sulla Transnistria, dove gli interessi di Chisinau devono fare i conti non solo con quelli di Tiraspol ma anche e soprattutto con quelli di Mosca, Bruxelles, Bucarest e Washington.
I policy-maker moldavi dovrebbero capire però che le debolezze e le incongruenze del Paese non dovrebbero essere risolte perseguendo politiche che spaventano le elite della Transnistria e preoccupano Mosca in quanto si rivelerebbero profondamente controproducenti per gli assetti interni e regionali.
* Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)
Sullo stesso tema vedi anche il saggio “L’importanza geopolitica della Transnistria di fronte all’accerchiamento atlantista della Russia” di Stefano Vernole, pubblicato nell’ultimo numero di “Eurasia”

http://www.eurasia-rivista.org/piccoli-ma-importanti-la-repubblica-di-moldavia-in-bilico-tra-il-futuro-ed-i-fantasmi-del-passato/3950/

mercoledì 15 giugno 2011

Federalizare, dar nu în baza „Memorandumului Kozak”


Chişinăul a învins în disputa diplomatică cu Moscova. Diplomaţia rusă a difuzat o declaraţie în care recunoaşte indirect gafa de vineri a ambasadorului rus din Chişinău şi reconfirmă că „Rusia recunoaşte integritatea teritorială şi suveranitatea Republicii Moldova, cu respectarea statutului de neutralitate”.
Marea provocare căreia diplomaţia moldovenească va trebui să-i facă faţă urmează pe 21 iunie la Moscova. Atunci vor fi trasate criteriile în baza cărora urmează a fi soluţionat diferendul transnistrean.
Negocierile în formatul 5+2 privind soluţionarea diferendului transnistrean stau îngheţate de 5 ani, de când Chişinăul a respins planul rusesc de aşa-zisă federalizare, cunoscut sub denumirea de “Memorandumul Kozak”. Ca urmare a dialogului germano-rus la cel mai înalt nivel, s-a convenit asupra reluării discuţiilor, iar prima reuniune în formatul 5+2 (Chişinău, Tiraspol, Rusia, Ucraina, OSCE plus UE şi SUA ca mediatori) va avea loc pe 21 iunie la Moscova. În lipsa unor informaţii clare despre ceea ce urmează să se discute în capitala rusă, presa din Republica Moldova, dar şi cea internaţională scrie despre o posibilă resuscitare a “Memorandumului Kozak” cu acordul partenerilor de dezvoltare ai Republicii Moldova.
Am discutat despre această ipoteză cu ministrul adjunct de Externe al Republicii Moldova, Andrei Popov, şi cu expertul în politică externă, Dan Dungaciu. Andrei Popov a dat asigurări că un proiect de federalizare după modelul eşuatului “Memorandum Kozak” este inacceptabil.
Andrei Popov: Vă spun doar câteva criterii care definesc o soluţie viabilă. Criteriul fundamental ţine de viabilitatea şi caracterul funcţional al statului reintegrat. Nu vom accepta soluţii care vor duce la paralizia statului, care îl vor face mai nefuncţional. Instituţii din start viciate, cu drept de veto nu pot asigura acest cadru pentru continuarea procesului de reforme. Al doilea criteriu este la fel de esenţial. Nu se poate face reintegrarea ţării pe seama perspectivei europene a Republicii Moldova. Acum noi trebuie să muncim din greu, pentru a aduce aceste criterii împreună.
Vitalie Călugăreanu: Un proiect de federalizare a Republicii Moldova ar contraveni acestor două criterii pe care le-aţi enunţat?
Andrei Popov: Oricine din politicienii moldoveni sau diplomaţii care vă va răspunde “Nu contravine!” – este un cadavru politic. Ideea de federalizare a fost atât de diabolizată şi atât de mult asociată cu un model de aşa-zisă federalizare promovată prin “Memorandumul Kozak”… Am văzut acest document. Semnături pe fiecare pagină. Şi nu sunt doar parafe doar cu iniţialele “V.V.”, ci semnăturile lui Voronin şi Smirnov pe fiecare pagină, inclusiv pe ultima pagină în care s-a vorbit despre amplasarea pe teritoriul Republicii Moldova a unui contingent limitat de până la 2.000 de militari – o misiune de garantare a păcii condusă de Federaţia Rusă. Este foarte bine că în ceasul al doisprezecelea acest document a fost respins”.
Oficialul moldovean susţine că soluţionarea problemei transnistrene nu mai poate fi amânată, pentru că aceasta ar putea, peste câţiva ani, bloca drumul Moldovei spre UE. Soluţia, în opinia sa, va fi atinsă prin “compromisuri dureroase”:
„Nu trebuie să ne dogmatizăm. Trebuie să fim flexibili şi pragmatici. Să ne maximizăm şansele! Suntem vigilenţi şi vă asigur că înţelegem anumite capcane care există pe acest parcurs. Căutăm compromisul. O soluţie finală va însemna compromis. Şi unele aspecte ale acestui compromis vor fi dureroase, psihologic dificil de acceptat, dar ele nu trebuie să aducă prejudicii funcţionalităţii statului şi perspectivei europene a statului reintegrat”.
Expertul în politică externă, Dan Dungaciu, vede anumite pericole:
„Problema de fond este cum dai unei părţi, care riscă să devină un întreg, putere de decizie şi câtă putere de decizie îi dai, după ce, atenţie, nici nu ai democratizat-o, nici nu ai decriminalizat-o şi nici nu ai demilitarizat-o? Deci, riscul federalizării de aici apare. Ai o parte nedemocratizată a Republicii Moldova căreia îi dai anumite prerogative. Ce prerogative îi dai?.
Un alt pericol este, în opinia lui Dan Dungaciu, modul cum va înţelege populaţia din Republica Moldova mersul negocierilor şi costul reintegrării:
“Dacă ne uităm pe sondaje şi în statistici astăzi, constatăm că problema transnistreană nu preocupă foarte mult populaţia din dreapta Nistrului. Dacă întrebarea este pusă în mod explicit – populaţia spune „da” pentru reintegrare. Care este riscul aici? Riscul este că dacă cineva o zgândără într-un mod inadecvat riscăm să creăm, pe termen mediu, o reactanţă din partea populaţiei care în momentul acesta nu există. Adică, dacă presiunea vine într-un mod inadecvat, s-ar putea ca pe malul drept al Nistrului să se creeze o reactanţă faţă de chestiunea aceasta şi populaţia să spună: decât cu Transnistria fără şanse europene – mai bine fără ea”.
Pe de altă parte, Dan Dungaciu şi-a exprimat nedumerirea în legătură cu rolul pe care şi l-a asumat Germania în găsirea unei soluţii pentru diferendul transnistrean:
“Germania nu este prezentă în formatul 5+2. I-a dat UE un mandat Germaniei să negocieze chestiunea transnistreană cu Rusia? După ştiinţa mea – nu. I-a dat Republica Moldova un mandat Germaniei să negocieze cu Rusia? După ştiinţa mea – iarăşi nu. Şi dacă nu i-a dat, ce negociază Germania?”.
Autor: Vitalie Călugăreanu, DW, Chişinău
Redactor: Medana Weident

mercoledì 8 giugno 2011

Un'auto è esplosa oggi nel centro della capitale moldova, Chisinau, provocando la morte di almeno una persona. Lo hanno riferito i medici.
Il presidente della federazione di tennis della Moldova, Igor Turcan, si trovava a passare quando l'auto, parcheggiata vicino al suo ufficio, è esplosa. L'uomo è morto per le ferite riportate, ha spiegato a Reuters Liviu Vovc, a capo del servizio ambulanze.
In precedenza un testimone, Yevgeny Balakin, aveva detto a Reuters che l'esplosione ha mandato in frantumi i finestrini delle auto vicine, e di aver visto almeno tre corpi vicino al luogo dell'esplosione.
-- Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

Damian Hincu: Salvati Primaria Chisinau de comunism!

                   
Dupa rezultatele aduse la cunostinta de Comisia Electorala Centrala, în capitala se va desfasura turul doi de scrutin. Insa ne aflam în fata unui pericol. Cursul european al capitalei RM  este amenintat de ciuma comunista !     

Partidul comunistilor  în RM n-au respectat niciodata  legea si normele democratice. Comunistii  au ruinat economia tarii, timp de 8 ani de guvernare, au  înfaptuit crime împotriva propriilor cetateni, dar ei continua sa prosteasca ceatenii RM cu minciuni si aberatii ! Un exemplu il constituie afirmatiile obraznice recente ale candidatului comunist la  Primaria Chisinaului, Igor Dodon, cel care numeste victimele din 7aprilie 2009  «asa-zisele  victime». Cum sa ai încredere în acest candidat ? Cum poate el sa ne reprezinte în lume ?

Totul depinde de noi, electoratul democrat  de orientare pro-europeana  din Chisinau, ca sa aducem la conducerea capitalei un primar european si onest ! Nu va lasati ademeniti de promisiunile false ale candidatului Igor Dodon, cu maînile murdare de sângele tinerilor  omorâti  în aprilie 2009, doar pentru ca doreau o viata mai buna la ei acasa !
Dorin Chirtoaca a dat  dovada, timp de  4 ani în fruntea  capitalei, de competenta, profesionalism, onestitate si disciplina în activitatea sa. Dorin Chirtoaca  este  garantul democratiei Municipiului Chisinau si simbolul Schimbarii în bine, prin viziuni si masuri reformatoare si europene !  Si asta, în pofida numeroaselor bariere  create tot de catre comunisti, pe durata guvernarii. De aceea, ma adresez tuturor cetatenilor cu un îndemn :  

1. Rog cetatenii de orientare democratica ai  Municipiului Chisinau, sa voteze în turul 2 !   Sa nu permitem criminalilor care au omorât protestatari pasnici în  aprilie 2009 sa ne fure viitorul european ! Sa mobilizam colegi, rude, prieteni, cunoscuti, apropiati, pentru care orientarea europeana a  RM conteaza ! Sa-i convingem sa se prezinte la alegerile din turul 2 si sa-l aleaga pe Dorin Chirtoaca !

2. Ma adresez catre  cetatenii din diaspora RM,  domiciliati sau cu viza de resedinta în Municipiul  Chisinau, stabiliti peste hotare, în special în tarile Uniunii Europene, studenti si emigranti plecati la munca. Veniti acasa, pentru câteva zile, sa votati la Chisinau pentru Democratie si împotriva ciumei comuniste !  Sa dam dovada de patriotism si de responsabilitate, asa cum sunt responsabili cetatenii Estoniei, Letoniei, Lituaniei, Poloniei  si alti europeni, carora le pasa destinul tarii lor !

3. Si în cele din urma, ma adresez  catre tinerii care au protestat pasnic împotriva dictaturii comuniste în aprilie 2009 la Chisinau. Va îndemn  sa fiti prezenti în Ziua Decisiva a alegerilor în Chisinau !  Suntem obligati, pentru memoria  tinerilor nostri omorâti de comunisti în  aprilie 2009, -Valeriu Boboc, Ion Tâbuleac, Eugen Tapu, Maxim Canisev, Radu Ciobanu, dar si a celor torturati, umiliti si mutilati de comunisti, sa continuam lupta pentru Libertate si Democratie ! 
Autor: Damian Hîncu, Franta
Sursa: hotnews.md

domenica 15 maggio 2011

Filmul documentar "Acum eu ştiu cum alată dlapelul Republicii Moldova, dal TU?"
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Titlul cu siguranţă o să vi se pară ciudat, ţin să vă mărturisesc că a fost dat de un copil care a muncit mult până am filmat această scenă pentru filmuleţ, lansat cu ocazia zilei Drapelului de Stat al Republicii Moldova. Totul a început la iniţiativa organizării unui eveniment în universitate dedicat acestei zile, Universitatea Liberă Internaţională din Moldova a decis să vină cu ceva nou de asta dată, în locul unei conferinţe ne-am gândit că ar fi foarte oportun o altă abordare.
Am pornit de la premisa cunoașterii simbolurilor de stat, şi am realizat ca de fapt nu se cunoaşte atât de bine în societate. Uite că aşa s-a ajuns la ideea unui filmuleţ dedicat copiilor, cum interpretează ei drapelul tării în care sau născut. Sub îndrumarea dnelor Aurelia Modovan ( vice-rector ULIM) şi Valentina Lungu (directorul grădiniței “Pas cu pas”) am început realizarea proiectului.
Îmi stăruie acum în minte prima mea vizită la grădiniță, locul unde avea să filmăm ulterior, primul meu contact cu nişte copii extraordinari cu o energie debordantă, foarte pozitivi, pe această notă emoţiile au mai scăzut în intensitate pentru că ştiam că vom reuşi, pentru mine personal emoţiile erau foarte mari era prima mea încercare, colegii care au filmat au studiat la aceeași universitate şi mi-a fost relativ uşor să îi conving să se alăture.
Filmările au decurs nu fără incidente şi foarte mari emoţii a fost o zi lungă dar frumoasă, micuţii au fost atât de naturali şi fireşti, atât de ei , încât am renunţat la textul pregătit pentru fiecare copil, i-am lăsat pe ei să expună ceea ce cunosc fără a interveni prea mult în mesajul lor, decât pe alocuri cu câteva sugestii.
Cele mai dificile momente au fost acelea a selectării eroului principal, personal îmi era greu sa aleg pe cineva din ei şi am amânat acest moment până în ultima zi, iar în ziua cu pricina, Alex a spus că eu l-am selectat pe el încă de luni aşa ca a rămas el, pentru al convinge pe Alex ca el nu ştie cum se face drapelul a trebuit o oră, pentru că el de fiecare dată replica “da eu știu cum se face drapelul”, să cerşim acea mutrișoară tristă de la el părea o misiune imposibilă.
La montare luptam pentru fiecare imagine, ele fiind toate importante pentru mine dar era esenţial să fie calitate nu doar cantitate. Sper ca am reuşit să vă intrig acum vă las să priviți.
Vizionare agreabilă! Echipa de producţie.
http://www.youtube.com/watch?v=DmsfQSgAqmU&feature=player_embedded

venerdì 6 maggio 2011

DECLARAŢIE PUBLICĂ 
7 aprilie 2009 – gaura neagră a istoriei Moldovei
În istoria Moldovei sunt multe pete negre la capitolul drepturilor omului. Însă 7 aprilie 2009 este o adevărată gaură neagră a guvernării moldave. Organizaţiile de apărare a drepturilor omului îşi exprimă profunda dezamăgire în privinţa lipsei de progrese în identificarea şi pedepsirea celor vinovaţi în omoruri, torturi, maltratări şi arestări arbitrare în masă comise de organele poliţiei pe 7-8 aprilie 2009. Această lipsă de progrese nu are scuze nici pentru guvernarea actuală, nici pentru guvernarea precedentă.
Doi ani în urmă, pe 7-8 aprilie 2009, organele poliţiei au comis omoruri, torturi, maltratări şi aresturi arbitrare în masă. Sute de persoane s-au declarat victime ale acestor încălcări grave ale drepturilor fundamentale ale omului. În comiterea încălcărilor au fost implicaţi zeci şi, posibil, sute de colaboratori ai poliţiei, de la colaboratorii de rînd şi pînă la colaboratorii de vîrf. La momentul actual sunt doar doi colaboratori de rînd ai poliţiei condamnaţi la pedepse, care de altfel sunt blînde şi suspendate.
Actualmente în Republica Moldova există toate mecanismele şi procedurile necesare pentru identificarea şi tragerea la răspundere a celor vinovaţi: există instituţii abilitate cu dreptul şi obligaţia de cercetare a infracţiunilor ce se află sub controlul politic al partidelor care public au declarat angajamentul ferm de a „stabili adevărul”, există multe probe disponibile şi incontestabile, există proceduri şi susţinerea din partea opiniei publice, însă rezultate nu sunt.
Guvernarea demonstrează vădită detaşare şi distanţiere de valorile drepturilor fundamentale ale omului în dosarul 7 aprilie. Schimbarea vizibilă la capitolul respectării drepturilor omului nu se produce. La acest capitol guvernarea nu-şi onorează promisiunile şi angajamentele.
Sunt absolut inadmisibile şi frustrante încercările partidelor de guvernămînt de a da vina unul pe celălalt. Toate partidele de guvernămînt în mod colectiv şi-au asumat responsabilitatea pentru actul de guvernare, toate funcţii de vîrf, inclusiv funcţia de Procuror General şi Ministrul Afacerilor Interne, au fost suplinite cu acordul celorlalte partide de guvernămînt. Respectiv toate aceste partide poartă răspundere deplină pentru absolvirea ucigaşilor şi infractorilor de răspundere.
Reformarea organelor afacerilor interne şi promisiunile de compensaţii financiare pentru victimele încălcărilor, deşi pot fi pozitive, nu scutesc atît autorităţile centrale, cît şi autorităţile municipale de obligaţia identificării şi pedepsirii celor vinovaţi în comiterea omorurilor, torturilor, maltratărilor şi arestărilor arbitrare din 7-8 aprilie 2009. Atîta timp cît această obligaţie nu este onorată, nu poate fi vorbă nici de democraţie, nici de libertate, nici de schimbare, nici de prosperitate, nici de Europa.
Organizaţiile de apărare a drepturilor omului solicită insistent partidelor aflate la guvernare în Republica Moldova definitivarea rolului său în societate: fie aceste partide se vor impune ca adevărate autorităţi publice democratice şi europene identificînd şi pedepsind pe toţi cei vinovaţi în omoruri, torturi, maltratări şi aresturi arbitrare din 7-8 aprilie 2009, fie aceste partide vor demonstra că au ajuns la putere pentru alte scopuri decît promovarea unui stat democratic şi liber, bazat pe supremaţia legii şi respect faţă de drepturile fundamentale ale omului.

http://cido.org.md/

lunedì 2 maggio 2011

Vânzarea funcţiilor în Moldova a devenit „sport naţional”.

 

Până acum, Moldova a îndeplinit o singură sarcină din cele 41 incluse în Planul de Acţiuni semnat cu UE, iar peste două săptămâni Chişinăul trebuie să prezinte Parlamentului European primul raport de progres. Oficiali europeni de diferit rang au atenţionat deja de mai multe ori autorităţile că Moldova ar putea ieşi din atenţia Uniunii Europene dacă procesul de reforme va fi obstrucţionat.

 
„În Republica Moldova cel mai mare business este vânzarea funcţiilor”. Declaraţia aparţine ministrului Justiţiei, Alexandru Tănase, din perioada actualei alianţe de guvernare, care a renunţat la această funcţie şi a părăsit Partidul Liberal Democrat al premierului Vlad Filat, deoarece nu i s-a permis să reformeze justiţia prin metode dure. Acum deţine una din funcţiile de judecător la Curtea Constituţională şi a devenit cunoscut ca un adept al terapiei de şoc aplicate în Georgia de preşedintele Mihail Saakaşvili.
„Acea persoană care a venit în fruntea Georgiei, preşedintele Saakaşvili, a tăiat în carne vie. El nu a ezitat să facă reforme foarte dureroase. Nu este hoţ şi în jurul lui nu sunt hoţi. Iată de ce s-a reuşit. Eu cred că noi avem nevoie în Moldova de ceva similar – când în fruntea ţării, liderul naţional nu ar fi hoţ şi nu ar fi venit la putere ca să-şi umple buzunarele cu bani. Şi atunci o să vedeţi că şi aici, în jumătate de an, poţi face ceea ce au făcut georgienii. Nu este nimic complicat! Dar atunci când şeful vinde funcţii..., cel care cumpără funcţii ce face? Pentru ce dă banul? Ca să-i scoată din alţii şi să-i transmită şefului. Sistemul acesta funcţionează acum în Moldova. Toată lumea vorbeşte despre el. Acesta a devenit sport naţional! Este cel mai mare business! Odată la 4 ani (după alegeri – n.n.) se deschide licitaţia funcţiilor – începând de la cele mai înalte şi terminând cu funcţia de pădurar. Evident că un asemenea sistem nu are cum să dea rezultate georgiene. Saakaşvili, în 6 luni de zile, a rezolvat problema corupţiei în poliţie şi în alte 6 luni a băgat la puşcărie toţi hoţii. Fără nici un fel de discuţii. Nu a ţinut cont de cine cu cine-i cumetru sau care dă şpagă şi care nu”.

Alexandru Tănase susţine că, de fapt, după revoluţia tinerilor din 7 aprilie 2009, care a condus la debarcarea regimului comunist de la putere, în Moldova nu s-a produs o schimbare de substanţă: „Unicul progres semnificativ pe care l-am sesizat ţine de libertatea de expresie”.

Recent, în cadrul unei conferinţe internaţionale dedicată reformei structurilor de forţă, ministrul moldovean de Interne, Alexei Roibu, a declarat că Moldova va urma soluţia georgiană prin demiterea întregului efectiv al poliţiei. „M-am bucurat să-i revăd pe reprezentanţii Georgiei. Am vizitat această ţară şi am văzut nişte reforme care au mirat şi continuă să mire lumea prin ceea ce fac ei. Sperăm şi noi că vom avea succes”.

Totuşi, deocamdată, la modul practic, în Ministerul de Interne al Republicii Moldova totul rămâne pe vechi, inclusiv structura ministerului moştenită de la miliţia sovietică.

La conferinţa internaţională care s-a desfăşurat la Chişinău, rectorul Academiei de poliţie din Georgia, Khatia Dekanoidze, a sugerat oficialilor moldoveni trei direcţii de reformare a MAI: „Primul angajament trebuie să fie intoleranţa faţă de corupţie atât în sistemul judiciar, cât şi în poliţie. Al doilea – intoleranţa faţă de crima organizată şi al treilea angajament ţine de reforma structurală”.

Autor: Vitalie Călugăreanu, Deutsche Welle, Chişinău
Redactor: Medana Weident

A murit după ce a trecut prin coridorul morţii.

Radu Ciobanu, un tânăr în vârstă de 31 de ani, a decedat la câteva săptămâni după ce a trecut prin coridorul morţii din Comisariatul general de poliţie (CGP) în timpul evenimentelor din aprilie 2009
Radu Ciobanu, un tânăr în vârstă de 31 de ani, a decedat la câteva săptămâni după ce a trecut prin coridorul morţii din Comisariatul general de poliţie (CGP) în timpul evenimentelor din aprilie 2009. Părinţii acestuia consideră că fiul lor a decedat din cauza bătăilor la care a fost supus, mai întâi la Comisariatul de Poliţie Centru, iar a doua zi – la Comisariatul General de Poliţie.

Tinerii care au fost alături de Radu în acele zile ne-au relatat că el a fost bătut prima oară deoarece a insistat să i se permită să dea un telefon acasă. A fost adus însângerat în celulă. S-a rezemat jos lângă perete, a cerut să i se dea apă şi, în zilele următoare, n-a mai scos niciun cuvânt. „Prin coridorul morţii, când poliţiştii te loveau din ambele părţi, trebuia să fugim spre uşa din faţă. Radu era în urma mea, mă îndoiesc că era în stare să fugă. L-am întâlnit abia peste o săptămână, când am fost eliberaţi din Penitenciarul nr. 13, era foarte palid şi tăcut”, ne spune Ruslan Goluţă, unul din tinerii care au stat în aceeaşi celulă cu Radu.
Moarte subită
În apartamentul familiei Ciobanu din Chişinău, arde zi şi noapte candela. Lucrurile din camera fiului stau neatinse. Gheorghe Ciobanu, tatăl băiatului, spune cu o voce scăzută că soţia parcă îl mai aşteaptă şi îşi revine cu greu după această pierdere. Radu a ieşit din casă după orele 17.00 în ziua de 7 aprilie 2009 şi nu s-a întors. L-au căutat timp de cinci zile. Apoi au aflat că e la Penitenciarul nr. 13 din Chişinău. Au încercat să-i transmită haine, merinde, dar angajaţii de acolo au refuzat să primească. Radu s-a întors după o perioadă de arest de zece zile acasă.

Potrivit părinţilor, întreg corpul era acoperit cu vânătăi. În săptămânile următoare, a început să piardă din greutate şi era tot mai abătut. A decedat subit, în casa bunicii sale din s. Corneşti, raionul Ungheni. „S-a aşezat pe un scaun şi acolo a murit. L-am dus la spitalul raional din Făleşti. Medicii de acolo ne-au întrebat: „Ce s-a întâmplat cu el că ambii plămâni îi sunt fărâmiţaţi?”, şi ne-au mai întrebat dacă pot să scrie că ar fi decedat din cauza tuberculozei. Aşa au şi scris, dar el nu a avut niciodată probleme cu plămânii, sau cu alte organe, era băiat sănătos”, a declarat tatăl lui Radu.
Torturat de poliţişti
Ruslan Goluţă ne spune că a făcut cunoştinţă cu Radu în seara zilei de 7 aprilie, în Piaţa Marii Adunări Naţionale. În jurul orei 23.30, se pregăteau să pornească spre casă, spre sectorul Botanica al capitalei. „La un moment dat s-a lăsat liniştea, persoanele care aveau feţele acoperite au dispărut. Apoi s-au auzit împuşcături. Am luat-o la fugă, în urma mea fugea o fată şi Radu. O persoană ne-a spus să tăiem calea pe lângă scările Guvernului dinspre str. Puşkin. Am crezut că vrea să ne ajute. Când am cotit, am simţit însă o lovitură în spate şi mi-am pierdut echilibrul, au început să ne lovească cu picioarele, fata ţipa cel mai tare. Apoi ne-au îmbarcat în microbuzul alb care apoi s-a întors lângă focul din PMAN”, îşi aminteşte Ruslan.
Potrivit mărturiilor sale, au fost duşi mai întâi la Comisariatul de Poliţie Centru. Aici au fost duşi într-un garaj, unde au fost bătuţi mai bine de o oră. Ulterior, au fost duşi în celulă. La 8 aprilie dimineaţa, au fost duşi la anchetator. Radu, spre deosebire de ceilalţi, s-a întors însângerat şi abia se mai ţinea pe picioare. „Eram vreo 25 – 30 de persoane în 8 m.p. El s-a ghemuit lângă perete şi şi-a tras gulerul hainei sub obraz, ne-a rugat doar să-i dăm puţină apă”, ne spune Ruslan. Pe 9 aprilie, au fost transportaţi la Comisariatul General de Poliţie. Au fost judecaţi chiar în incinta comisariatului. Procesul de judecată a durat câteva minute, judecătorul i-a întrebat doar numele. I-a sancţionat cu 20 de zile de arest administrativ.

Coridorul morţii.
„Ne-au băgat într-o celulă cu gratii. Radu nu vorbea nimic, am avut impresia că este o persoană foarte liniştită. Noaptea, am fost treziţi de zgomotele din coridor. Poliţiştii se aliniaseră în două rânduri. Se deschidea câte o uşă şi auzeam cum o voce da ordine: „Afară!”. Fiecare persoană reţinută trecea prin acest coridor. Eu am zis: „Probabil că aceştia au făcut ceva grav, dacă sunt bătuţi în aşa hal”. La un moment dat, s-a deschis şi uşa noastră şi am primit aceleşi ordin. Trebuia să fugim, altfel primeam mai multe lovituri. Mă îndoiesc că Radu a putut să fugă. El urma să treacă în urma mea. Eram loviţi cu pumnii şi picioarele.
După uşă, afară era un poliţist cu o bâtă, mi s-a părut că era din fier, şi lângă maşină un alt poliţist cu o bâtă similară. Lângă perete afară, zăceau două persoane care au trecut prin acest coridor”, îşi aminteşte Ruslan. Mai mult morţi decât vii tinerii au fost transportaţi la Penitenciarul nr. 13. „O persoană din pază s-a apropiat acolo de noi şi ne-a spus că regretă ceea ce s-a întâmplat. L-am rugat să ne dea câte o ţigară şi ne-a adus cinci cutii. Pe Radu l-am văzut abia peste o săptămână, în ziua când am fost eliberaţi. Era foarte palid, ne-am salutat doar”, ne mai spune Ruslan.
Fusese bucătar
Tatăl lui Radu Ciobanu a declarat pentru Jurnal TV că, după ce a revenit acasă, Radu a început să scrie nişte plângeri, dar nu le-a mai trimis. Potrivit lui Ion Guzun, coordonator de proiect în cadrul Institutului pentru Apărarea Drepturilor Omului (IDOM), IDOM va angaja un jurist care va oferi consultaţii familiei Ciobanu în legătură cu decesul fiului.
Radu Ciobanu a urmat cursuri de bucătar şi visa în viitorul apropiat să-şi întemeieze o familie. „Înainte de nenorocirea aceasta, s-a adresat la Agenţia de Ocupare a Forţei de Muncă care i-a dat trimitere la cursuri. Dorea să devină bucătar. Ştia să facă salate, răcituri, borş. Era singurul băiat în grupă, a venit acasă şi mi-a zis: „Mi-i incomod, acolo sunt atâtea fete frumoase…”, mai spune tatăl acestuia cu un surâs amar pe buze.
Svetlana Corobceanu