CUM NE PREGATIN NOI DE REFERENDUM???

CUM NE PREGATIN NOI DE REFERENDUM???
http://www.timpul.md/articol/cum-ne-pregatim-noi-de-referendum-14868.html

martedì 27 settembre 2011

Guerra del Gas: la Moldova cerca di rompere con l'imperialismo energetico russo
Scritto da Matteo Cazzulani   
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Chisinau
L'Europa come scelta politica ed energetica per un futuro di prosperità in definitiva rottura con un passato sovietico che ancora fa sentire il proprio peso. Nella giornata di domenica, 25 dicembre, la Moldova ha dichiarato la volontà di rafforzare la partnership energetica con la Romania e, con essa, con l'Unione Europea.
Nello specifico, il piano del Governo moldavo, evidenziato dal Primo Ministro, Vlad Filat, prevede l'unione del sistema infrastrutturale di Chisinau con quello di Bucarest per ottenere accesso a forniture energetiche alternative nel Mercato Comune di Bruxelles.
Una scelta ambiziosa, di non facile realizzazione: la maggioranza di centrodestra – l'Alleanza per l'Integrazione Europea – si basa su un esiguo scarto in Parlamento su di un'opposizione comunista, determinata nel lasciare la Moldova dipendente da Mosca energicamente – e quindi economicamente e politicamente – proprio come in epoca sovietica. È un contrasto che ha già portato enormi difficoltà al Governo Filat, deciso ad adottare standard economici per il Paesesempre più vicini a quelli dell'Unione Europea, in vista di una futura Associazione, simile a quella che l'UE si accingeva a srtingere con l'Ucraina prima della svolta autoritaria autoritaria.
Ma non è solo la legittima ambizione europea alla base della scelta: per la Moldova il gas europeo è fondamentale per la diversificazione delle forniture di un oro blu acquistato oggi unicamente dal fornitore russo, con cui la Moldova vuole avere meno a che fare.
La Moldova verso il Nabucco
Come ha evidenziato dal Primo Ministro, Chisinău compra tutto il suo gas dal monopolista russo, Gazprom e, così, non riesce a ritagliarsi una fetta di partecipazione nei progetti di Bruxelles, in primis nel Nabucco: la principale infrastruttura della rete dei gasdotti che la Commissione Barroso ha progettato sul fondale del Mediterraneo per importare gas centro asiatico in Europa senza dipendere dalla Russia.
Come sappiamo, in risposta al gasdotto di verdiana denominazione, Mosca ha dato il via alla costruzione del Southstream: conduttura sottomarina, simile al Nabucco ma costruita sul fondale del Mar Nero, orientata alla fornitura di oro blu ai Paesi occidentali del Vecchio Continente, bypassando Paesi politicamente scomodi e invisi ai russi come Polonia, Ucraina, Romania e, appunto, Moldova.
Ad accordarsi con il monopolista russo per un progetto che lede gli interessi dell'Unione Europea tutta, il colosso italiano ENI, la francese EDF, e la tedesca BASF. Singole compagnie energetiche di Paesi tradizionalmente lontani dalla comprensione storico-culturale dell'Europa Centro-Orientale e di quegli Stati che, memori dell'età sovietica e zarista, vedono con preoccupazione il rinato imperialismo russo: basato oggi non più sui carri armati, ma su gas ed infrastrutture.
http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=32909&Itemid=28

giovedì 22 settembre 2011

Il Comintern e le origini del ‘moldavismo’.

Alla presenza di un folto pubblico e di diplomatici romeni e stranieri, il Ministero degli Esteri romeno ha ospitato la presentazione del volume Il Comintern e le origini del „moldavismo” (Cominternul şi originile “moldovenismului”) dello storico Gheorghe E. Cojocaru della Rep. Moldova confinante, pubblicato dall’editrice Civitas di Chisinau.
Erano presenti il ministro degli Esteri romeno, Teodor Baconschi, e il segretario di stato agli affari strategici, Bogdan Aurescu. Il libro è stato presentato dall’autore, dai docenti universitari Mihai Retegan e Ion Siscanu, nonché dal presidente dell’Associazione degli storici della Moldova, Sergiu Musteţea, e dal direttore dell’editrice Civitas, Gheorghe Bostan.

La questione moldava.
Attraverso documenti inediti dell’Internazionale comunista, scoperti dall’autore negli archivi di Comintern a Mosca, Kiev, Bucarest e Chisinau e risalenti al periodo 1924-1928, il libro dello storico di Chisinau presenta il modo in cui è nata la dottrina del cosiddetto „moldavismo”, istituita dal regime stalinista. I documenti risalenti al periodo 1924-1928 sono stati tradotti dal russo e argomentano la costruzione di tipo sovietico del concetto di „moldavismo” e la sua inoculazione tra gli abitanti della Bessarabia (la Moldova attuale), con la creazione, nel 1924, della Repubblica autonoma sovietica socialista della Moldova (Rassm), nota come la Transnistria. Il ministro Baconschi ha rilevato che nel suo libro, Gheorghe E. Cojocaru dimostra, in base ai documenti, come fu concepita, dal 1924 al 1928, ai tempi di Stalin, „un’arma temibile volta a minare la statalità della Romania e a rendere la Transnistria una testa di ponte per esportare la Rivoluzione rossa nei Balcani e in Europa”.
„Dal libro del Dott. Cojocaru apprendiamo che il ‘moldavismo’ nega le radici identitarie romene e che il suo metodo preferito erano l’esagerazione e la mistificazione: un gergo diventa lingua letteraria, e una regione in riva al fiume Nistro arriva ad essere ‘stato’ con identità ‘moldavista’ distinta”, ha detto il capo della diplomazia romena, Teodor Baconschi. Gli effetti nocivi e i danni collaterali sono visibili a tutt’oggi in Moldova: la crisi identitaria indotta artificialmente ha generato convulsioni e tensioni, ostacolando per molto tempo un’evoluzione normale, ha aggiunto il ministro. „La Romania respinge qualsiasi pratica volta ad accreditare l’idea di una nazione e di una lingua ‘moldava’ distinta da quella romena, in base a chiari argomenti scientifici”, ha aggiunto Baconschi, sottolineando che in tal senso „un eccellente esempio è il libro presentato oggi”.
L’autore e gli storici presenti hanno sottolineato l’importanza della ricerca negli archivi comunisti per capire il processo di ingegneria etno-culturale che ha tentato di accreditare la teoria del „moldavismo”, nonché lo scopo politico e ideologico di questo iter. La Romania fu il primo stato ad aver riconosciuto l’indipendenza della Moldova, nel 1991, ha sottolineato da parte sua il segretario di stato Bogdan Aurescu, ricordando la comunanza di cultura, tradizioni, storia e lingua, e il sostegno di Bucarest all’avvicinamento di Chisinau all’Ue. Il „moldavismo” è stato concepito come strumento della diplomazia sovietica per contestare l’integrità territoriale della Romania dopo la Grande Unità del 1918, al fine di strappare la Bessarabia dal territorio romeno, ha aggiunto Bogdan Aurescu.
Da parte sua, l’autore del volume, il prof. Gheorghe E. Cojocaru, ha sottolineato che le autorità di Chisinau manifestano nella relazione con la Romania un’apertura senza precedenti negli ultimi 20 anni, apprezzando il sostegno di Bucarest. „Abbiamo bisogno di questo sostegno di Bucarest”, ha detto lo storico, spiegando che la gente ha „buone aspettative” dalla visita che il capo dello stato romeno Traian Basescu farà la prossima settimana a Chisinau.

La Transnistria
La regione separatista della Transnistria, situata nell’est della Moldova di oggi, dalla quale la separa il fiume Nistro, fu costituita da Stalin nel 1924, col nome di Repubblica autonoma sovietica socialista moldava, all’interno dell’allora Repubblica sovietica socialista dell’Ucraina (Rssu). Successivamente, nel 1940, quando a seguito del Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, l’odierna Moldova (allora territorio romeno) fu strappata alla Romania dall’Unione sovietica, Stalin unificò la Moldova con una parte dell’allora Rassm, sotto il nome di Repubblica sovietica socialista moldava con capitale a Chisinau. L’altra parte della Rassm restava alla Rssu. A settembre 1990, ancora prima dello smembramento dell’Urss e della dichiarazione di indipendenza della Moldavia nel 1991, per paura di una possibile riunificazione della Moldova con la Romania, le autorità russofile di Tiraspoli, capitale della Transnistria, hanno proclamato la “Repubblica moldava sovietica socialista del Dniester”, mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Nel 1992 è scoppiata la guerra civile tra Moldova e Transnistria, che ha provocato circa 1.500 morti. Da allora, col sostegno della 14/a armata russa, la Transnistria è uscita di fatto dal controllo delle autorità di Chisinau.

martedì 20 settembre 2011

Tiraspolul reactioneaza la unele declaratii facute de Iurie Leanca la Bucuresti.

Tiraspolul cere tarilor-garant din procesul de reglementare transnistrean sa determine Chisinaul sa nu mai faca presiuni asupra regiunii, dupa ce ministrul Iurie Leanca a declarat saptamana trecuta la Bucuresti ca exista "anumite parghii si posibilitati" pentru a modifica "gandirea" Tiraspolului.
Autoritatile de la Tiraspol considera important ca partenerii internationali sa poata "corecta viziunile" politicienilor moldoveni, care "presupun ca in secolul XXI se poate impune altui popor idei si viziuni sau sa-si atinga scopurile prin presiuni si blocade", se arata intr-o replica a diplomatiei de la Tiraspol.
"Se pare ca Chisinaul continua sa presupuna ca noile masuri de blocada vor putea schimba dialogul constructiv, egal si reciproc avantajos ale celor doua parti ale conflictului, care este sustinut de garantii, mediatorii si observatorii in reglementare", afirma un comunicat al transnistrenilor.
Diplomatia din regiunea transnistreana mai spune ca "daca Chisinaul nu are suficiente argumente pentru un dialog politic constructiv, aceasta nu inseamna ca partenerii externi vor intregul arsenal de presiune asupra Transnistriei, la solicitarea R.Moldova".
In declaratia diplomatiei de la Tiraspol se mentioneaza, de asemenea, ca o asemenea pozitie "nu este ceva nou si reflecta pe deplin abordarile traditionale ale autoritatilor R.Moldova fata de reglementare (conflictului transnistrean -n.r.), care nu depind de conjunctura politica".

Ministrul de externe al R. Moldova, Iurie Leanca, a declarat saptamana trecuta, la Bucuresti, ca a venit momentul ca Tiraspolul sa inteleaga ca exista o alta gandire si alte realitati in afara Transnistriei, aratand ca exista "anumite parghii si posibilitati de a le mai modifica putin gandirea si viziunea".

Intrebat daca exista premisele reluarii discutiilor oficiale in formatul 5+2 privind conflictul transnistrean dupa reuniunea din 21 iunie de la Moscova, in conditiile in care Tiraspolul continua sa denunte lipsa de vointa politica a Chisinaului, ministrul Iurie Leanca a declarat, pentru NewsIn, ca pozitia Tiraspolului este cunoscuta de Chisinau si, din pacate, nu se simte nicio modificare.
"Mai ziceam cu alte ocazii ca Tiraspolul inca nu a iesit din transeele Razboiului Rece, ca inca se afla ca maniera de gandire si reflectie in anul 1992", a spus seful diplomatiei de la Chisinau. El a apreciat ca a venit momentul ca Tiraspolul sa inteleaga ca exista o alta gandire si alte realitati in afara Transnistriei.
"Eforturile noastre din 2009 si 2010 de a edifica un climat bazat pe incredere au avut efecte limitate. Si e nevoie sa se inteleaga ca Transnistria nu este pe o alta planeta, intr-un vacuum, e in anumite conditii. Au comert exterior, au interese, obligatiuni, ceea ce inseamna anumite parghii si posibilitati de a le mai modifica putin gandirea si viziunea. De asta avem nevoie de sprijinul partenerilor nostri din afara", a aratat ministrul de externe al R. Moldova. Totodata, Chisinaul considera ca discutiile oficiale in formatul 5+2 in vederea solutionarii conflictului transnistrean trebuie sa inceapa fara preconditii.
Reactia diplomatiei de la Chisinau intervine si pe fondul unui incident diplomatic petrecut vineri la Chisinau, dupa ce diplomatii R. Moldova au parasit receptia organizata de Ambasada Rusiei la Chisinau cu ocazia Zilei Nationale, dupa ce ambasadorul rus Valeri Kuzmin l-a prezentat oficial pe Vladimir Iastrebceak drept sef al diplomatiei transnistrene.
Potrivit unor surse, gestul diplomatilor moldoveni ar fi fost urmat si de diplomati americani si europeni. 
Sursa: NewsIn 

lunedì 12 settembre 2011

La moldavia ha vent'anni.

LA MOLDAVIA HA VENT'ANNI
Il 27 agosto la Repubblica di Moldavia ha compiuto vent'anni. Presi come siamo da tutto quello che sta accadendo in Medio Oriente e nord Africa e con l'attenzione sempre puntata sui Balcani e sulla Turchia, ci siamo dimenticati dell'anniversario dell'indipendenza di questa piccola repubblica nata dal crollo dell'Urss, le cui vicende sono invece interessanti per capire le dinamiche messe in moto dalla fine dei regimi comunisti nell'Europa centro e sud-orientale e anche per vedere alla prova l'attuazione del progetto politico dell'unione degli Stati e dei popoli europei.
Dopo venti anni di indipendenza - per un Paese che indipendente davvero non lo è mai stato - la Moldavia non ha ancora risolto i suoi problemi di identità: una parte della popolazione si sente romena, l'altra moldava; la società è divisa fra chi vuole entrare nell'Unione Europea e chi preferirebbe un'alleanza strategica con la Russia, con una parte consistente dell'opinione pubblica che però vede favorevolmente entrambe le alternative. L'attuale Parlamento ha una maggioranza liberale, che però non ha abbastanza voti per eleggere da sola il presidente: il Partito comunista, che dopo otto anni di governo è attualmente all'opposizione, osteggia infatti ogni candidato della "Alleanza per l'integrazione europea". Un'impasse che dura da oltre due anni e della quale non si vede al momento una soluzione.

Dal giorno dell'indipendenza, circa 600mila cittadini moldavi hanno cercato fortuna altrove, e solo nell'ultimo anno, nel Paese sono affluite rimesse per circa 1 miliardo e 250 milioni di dollari, l'equivalente del bilancio annuale dello Stato. Il Paese resta, per ora, uno dei più poveri d'Europa, mentre le prospettive di integrazione nell'Ue sono ancora molto fragili.
Il Paese è infine segnato dalla questione della Transnistria, la regione a est del fiume Dnestr che apparteneva all'Ucraina e che due giorni prima della dichiarazione di indipendenza dichiarò la secessione e ora gode del sostegno della Federazione russa anche se nessun governo, nemmeno quello di Mosca, lo riconsce. Una disputa che né il conflitto armato, né i negoziati diplomatici hanno saputo risolvere, mentre la Transnistria è diventata il crocevia di traffici illeciti di ogni tipo.
Il governo di Chişinău ha voluto festeggiare il ventennale dell'indipendenza organizzando una parata militare con la presenza dei cinque presidenti eletti in questo primo ventennio di libertà della sua storia. Secondo l'attuale premier Vlad Filat, la più grande conquista del Paese è stata la libertà, il che è certamente un'importante voce all'attivo, ma il bilancio complessivo di questi venti anni presenta anche luci, ombre e  ancora troppe contraddizioni.

Sulla Moldavia a venti anni dall'indipendenza segnalo l'articolo di Natalia Ghilascu pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso da cui ho tratto la sintesi precedente.
http://it.paperblog.com/la-moldavia-ha-vent-anni-570245/
LA MOLDAVIA HA VENT'ANNI

domenica 4 settembre 2011



I PROBLEMI IRRISOLTI DELLA MOLDOVA 
Luciano Larivera S.I.
Il Paese più povero d’Europa è la Moldova, la quale però occupa una posizione geografica strategica. Dal 1990, la Transnistria ha attuato una secessione, non riconosciuta neanche da Mosca, che però l’ha accettata come un suo protettorato de facto. Un ulteriore handicap della Repubblica di Moldova è la cronica contrapposizione partitica interna. Anche questo indebolisce la posizione negoziale di Chi?in?u nei confronti della Russia e dell’Ue, nella quale il Governo in carica aspira a fare entrare il Paese. Tuttavia, anche se il 70% dei moldavi è interessato all’ingresso nell’Ue, questo non significa che il Paese non sia spaccato in due. Il voto, infatti, segue spesso linee etniche o linguistiche. Così il Partito comunista filo-russo è molto forte. Di conseguenza, da quasi tre anni il Parlamento è incapace di eleggere il Presidente della Repubblica.

mercoledì 31 agosto 2011

Parata a Chişinău - N.Ghilaşcu

Moldavia, venti anni di indipendenza .

Parata a Chişinău - N.Ghilaşcu
La Repubblica di Moldova compie vent'anni. Per festeggiare, il governo di Chişinău ha organizzato una parata militare e riunito i cinque presidenti eletti in questo ventennio. Il bilancio, però, presenta luci ed ombre: il Paese resta diviso dalla disputa territoriale in Transnistria, e le prospettive di integrazione europea sono ancora fragili
Sabato scorso (27.08) la Repubblica di Moldova ha celebrato vent'anni di indipendenza dall'Unione sovietica. La giornata è iniziata con una parata militare costata al governo mezzo milione di euro. Il primo parlamento e quello attuale si sono riuniti davanti al monumento di Ștefan cel Mare, principe di Moldavia dal 1457 al 1504. A vent'anni dall'indipendenza, la Moldavia si trova però ancora di fronte a molti problemi. È il Paese più povero d'Europa, non ha un presidente in carica e rimane divisa dal conflitto secessionista in Transnistria.

La lezione del primo presidente

Nonostante la società moldava sia divisa fra chi vuole entrare nell'Unione europea (70%) e chi guarda ad un'alleanza strategica con la Russia (50%) [una parte consistente degli intervistati supporta entrambe le alternative, ndr], le celebrazioni sono state un'occasione per riflettere su errori e insuccessi. Per festeggiare e mandare messaggi d'incoraggiamento ai tre milioni e mezzo di abitanti che a differenza di tanti concittadini, hanno deciso di non emigrare, il Primo ministro Vlad Filat ha organizzato un grande concerto e riunito per la prima volta i cinque presidenti eletti nella storia della Repubblica.
Dal giorno dell'indipendenza, circa 600mila cittadini moldavi hanno cercato fortuna altrove. Solo nell'ultimo anno, nel Paese sono entrate rimesse per circa 1,25 miliardi di dollari, l'equivalente del budget annuale dello Stato. Mircea Snegur, il primo presidente della Repubblica, ha dichiarato che i moldavi dovrebbero amare il proprio Paese e sacrificarsi per la sua prosperità futura.
Celebrazione del ventennale dell'indipendenza della MoldaviaDopo otto anni di governo del Partito comunista, l'attuale Parlamento presenta una maggioranza democratica, che però non è riuscita ad eleggere un presidente. Il Partito comunista, ora all'opposizione, osteggia ogni candidato dell'Alleanza per l'integrazione europea. La contesa dura da oltre due anni e si ripeterà probabilmente alla fine di quest'anno. Durante la presidenza di Petru Lucinschi, la Moldavia è diventata uno stato parlamentare. Ora, secondo lo stesso Lucinschi, la Moldavia dovrebbe modificare l'attuale legge elettorale introducendo un sistema in cui il 30% seggi verrebbe assegnato proporzionalmente su base nazionale, mentre il resto dei parlamentari emergerebbe da 32 distretti uninominali.

Indipendenza e crisi d'identità

Celebrazione del ventennale dell'indipendenza della Moldavia
A vent'anni dall'indipendenza, la Moldavia è ancora in crisi d'identità. Ne ha parlato Vladimir Voronin, terzo presidente e attuale leader del Partito comunista. Una parte della popolazione si sente romena, l'altra moldava. Secondo Voronin, una società divisa non fa giustizia alla democrazia: “E' una minaccia per l'indipendenza del nostro Paese”. Voronin ha proposto all'attuale coalizione democratica un progetto di unificazione nazionale in cui avrebbe un ruolo anche il Partito comunista.
Dal 1994, la Costituzione ha visto un grosso cambiamento con il cambio della lingua ufficiale dal “romeno” al “moldavo”. Nel 2006, durante il governo comunista, nelle scuole la storia della Romania è diventata “storia integrata”, con riferimento esclusivo alla provincia di Bessarabia (che corrisponde, più o meno, all'attuale Repubblica di Moldova), decisione che ha provocato proteste di massa. Mihai Ghimpu, facente le funzioni di presidente nel 2010, ha trovato un momento per ricordare che questa decisione aveva il solo scopo di sviluppare una nuova identità moldava. “Noi siamo e rimarremo romeni. I popoli di tutte le province romene, Moldavia, Muntenia (o Grande Valacchia), Transilvania, parlano romeno. Per vent'anni abbiamo promosso una falsa identità e per questo siamo diventati il Paese più povero d'Europa”.

Dall'indipendenza all'Europa

La classe politica ha una lezione da trarre da vent'anni di crisi e transizione. Almeno per l'attuale presidente Marian Lupu, questa lezione dev'essere l'unità, a prescindere dalla lingua o dall'identità. “Questo è il Paese che vorrei vedere. Siamo riusciti a costruire una coscienza statale, è già tanto. La Moldavia non è una fase né un progetto temporaneo, è uno Stato. A prescindere dall'identità russa, romena, gagauz, ucraina o bulgara, siamo tutti moldavi e questo è il cammino verso l'Unione europea”.
Iurie Leanca, ministro degli Esteri, ha dichiarato ai giornalisti che sarebbe prematuro per la Moldavia presentare domanda di associazione all'Unione europea: “Non bastano valori e principi, servono fatti”. Leanca è però ottimista sulle possibilità di ottenere la liberalizzazione del regime dei visti e un accordo di libero commercio con l'UE. Solo negli ultimi due anni, il governo democratico di Chişinău è riuscito a introdurre una serie di riforme che dovrebbero portare la Moldavia più vicina all'Unione europea.

Fra indipendenza e conflitto territoriale

La Moldavia è stata segnata da un conflitto secessionista sin dal collasso dell'Unione sovietica. Due giorni prima della firma della dichiarazione d'indipendenza, la regione della Transnistria, che apparteneva all'Ucraina e ora gode del sostegno della Federazione russa, aveva auto-proclamato la propria. Da allora, né il conflitto armato né i negoziati diplomatici hanno potuto riunificare il territorio. Vladimir Iastrebceak, rappresentante diplomatico della Transnistria, ha definito il ventennale dell'indipendenza un anniversario formale. “In questi vent'anni, non abbiamo visto la Moldavia portare avanti una politica indipendente. La maggior parte delle tensioni vengono dal rapporto fra Chişinău e Bucarest. La Moldavia non è riuscita a scegliere fra gli interessi dello Stato e quelli occidentali, e quindi non è in grado di gestire l'indipendenza”.
La Moldavia, per secoli provincia romena o russa, non era mai stata indipendente. Secondo il primo ministro Vlad Filat, la più grande conquista del Paese è stata la libertà, che non è poco. Secondo molti esperti, con la Romania membro dell'Unione europea, la Moldavia ha ora la possibilità di stare in piedi da sola e diventare autonomamente un Paese europeo.
http://www.balcanicaucaso.org/ita/Tutte-le-notizie/Moldavia-venti-anni-di-indipendenza-102054http://www.balcanicaucaso.org/ita/Tutte-le-notizie/Moldavia-venti-anni-di-indipendenza-102054

giovedì 4 agosto 2011

Dumitru Diacov: Armata rusă o să plece atunci când vom deveni un stat independent…

Dumitru Diacov, preşedinte al Parlamentului RM între anii 1998-2001:

- Dle Diacov, lucrând în anii 1988-1989 la Departamentul relaţii externe al Comitetului Central (CC) al Partidului Comunist al URSS, cred că ştiţi mai bine ce se întâmpla în culisele puterii sovietice. Prin „perestroika”, Gorbaciov şi-a dorit reformarea sistemului sau distrugerea imperiului?
- Am lucrat la CC, în secţia care se ocupa de ţările socialiste. Încă în 1988, la o adunare de partid, aflându-mă alături de câţiva consultanţi ai lui Gorbaciov, i-am auzit vorbind despre posibile divizări în interiorul partidului. Unul dintre şefii mei era Rafael Fiodorov, fost ambasador al URSS în Germania, care se arăta foarte revoltat de tendinţa de unificare a Germaniei. Fiind împărţiţi în diferite curente, între noi erau discuţii atât de dramatice, încât, după una dintre ele, Fiodorov a fost dus la spital, unde a decedat. Despre căderea URSS se discuta la fumat, la un pahar de vorbă, însă toţi se gândeau mai degrabă la o reformare politică a Uniunii. Perestroika s-a transformat în mişcări naţionale la periferiile URSS şi s-a ajuns la ceea ce avem astăzi. Prăbuşirea sistemului a creat un vid în privinţa autoorganizării noilor state. În RM, nimeni n-a fost pregătit să preia o ţară nouă şi s-o guverneze eficient din prima zi. De aici au şi apărut greşelile inerente acelei perioade.

„Nu cred că am avut o clasă politică revoluţionară”

- RM a dat dovadă de curaj sau s-a conformat situaţiei, declarându-şi independenţa tocmai la 27 august 1991, când URSS deja se ruina?
- Am impresia că RM s-a acomodat situaţiei. Nu cred că am avut atunci o clasă politică revoluţionară. Mai degrabă poporul a constrâns-o să ia decizii clare.
- În timpul revoluţiei române, aţi fost şeful Agenţiei TASS la Bucureşti. A avut Kremlinul vreo influenţă asupra evenimentelor din România?
- Relatam din Piaţa Palatului, dar n-am văzut ruşi care să influenţeze lumea. Cred că vorbele despre implicarea Moscovei sunt speculaţii. Revoluţionarii mai activi se lăudau că meritul e al lor, pe când ceilalţi nu-i iubeau pe primii şi le reproşau că au fost dirijaţi de ruşi. Deputaţii Sovietului Suprem al URSS îl întrebau atunci pe Gorbaciov ce se întâmplă în „România frăţească” şi el le spunea că ambasada îl informează într-un fel, iar TASS – în alt fel. Lucrătorii ambasadei erau mai precauţi şi ministrul consilier ne avertiza că Ceauşescu se va întoarce şi primii vom fi spânzuraţi noi.
- Totuşi, după revoluţie, la Bucureşti se pare că au venit la putere aceiaşi comunişti…
- Iliescu era unul din personajele foarte populare în România. Era „disidentul numărul unu”, care se vedea ca oponent al lui Ceauşescu. Nu ştiu dacă Iliescu a fost printre organizatorii sau profitorii revoluţiei, dar faptul că revoluţionarii l-au ales ca pe un om cu experienţă şi autoritate, ca pe simbolul rezistenţei anticeauşiste este absolut obiectiv.
- Cum se explică, după dvs., faptul că România e singura ţară ex-socialistă care şi-a ucis conducătorul?
- Nu ştiu. Mai ales că l-au ucis de Crăciun, ceea ce m-a mirat mult. Pe urmă, am presupus că poate într-adevăr execuţia a fost dirijată. Până la 25 decembrie, atâta timp cât Ceauşescu era viu, s-a împuşcat foarte mult în România şi se tot auzea că vin teroriştii, dar după execuţie s-a făcut linişte. Poate că cineva invizibil, care a controlat revoluţia, s-a gândit la asta.

- Unii istorici români afirmă că, la ultima întâlnire dintre Gorbaciov şi Ceauşescu, liderul sovietic i-ar fi spus omologului său că n-ar vrea să creadă că-l vede pentru ultima dată.
- Fiind la CC, am citit aproape toate notele informative despre discuţia celor doi, dar nu confirm lucrul acesta. Într-adevăr, discuţia lor a fost destul de tensionată, fiind axată pe refuzul lui Ceauşescu de a face reforme şi pe reproşurile sale către Gorbaciov că îi pune pe alţi lideri ai statelor socialiste în situaţii incomode. Nu am auzit nimic despre ceea ce spuneţi.

„Am fi putut să mai avem o autonomie”

- Cum apreciaţi decizia lui Iliescu de a semna, în 1991, tratatul sovieto-român? Să fi fost o garanţie din partea României că nu se va uni cu Moldova?
- Cred că Iliescu a făcut o încercare de a normaliza relaţiile româno-sovietice. L-am auzit cu urechile mele pe premierul Petre Roman cum regreta că, după revoluţie, antisovietismul i-a adus defavoruri României, care avea o industrie strâns legată de piaţa estică. Iliescu, care învăţase la Moscova, s-a ferit întotdeauna de contacte vizibile cu Rusia, ca să nu fie învinuit de promovarea unei politici proruse. Dar el înţelegea că România nu poate fi izolată de Rusia, deoarece complexul petrolier sovietic era aprovizionat cu utilaje româneşti. Cred că într-adevăr erau discuţii şi în ceea ce priveşte dorinţa Moscovei ca Bucureştiul să fie cât mai neutru vizavi de Chişinău, aşa cum România şi-a dorit ca poziţia Rusiei să fie mai neutră în această zonă. Noi însă n-avem niciun interes ca România şi Rusia să se bată din cauza noastră.

- Chişinăul putea să evite conflictul transnistrean?
- E greu să judecăm, dar cred că, printr-o politică mai înţeleaptă, acest lucru era posibil. Noi am fost aproape de declanşarea unui conflict similar în anii 1998-1999, când Taraclia se vroia judeţ. Dacă nu făceam un compromis, Taraclia n-ar fi participat la alegerile locale şi aveam să provocăm conflictul. Eu mi-am asumat răspunderea să le acordăm statut de judeţ şi ei s-au liniştit. Deci, evitarea agravării spiritelor te ajută să soluţionezi conflictele.
- Eliberarea lui Smirnov de către Snegur a fost o greşeală?
- Nu Snegur trebuia să-l elibereze. Trebuia să fie dusă ancheta până la capăt. Consolidarea lui Smirnov şi a sistemului pe care-l avem astăzi se datorează, cred, şi acelui episod.
- Am putea astăzi să-i convingem pe ruşi să-şi retragă armata din RM?
- Of… Armata rusă o să plece atunci când vom deveni un stat independent din toate punctele de vedere. Nu cred că Rusia are mare dorinţă să ducă în spate această Transnistrie, dar dacă noi o zădărâm, ea ne demonstrează că e mai puternică. Trebuie să înţelegem că Ucraina, România şi Rusia au interese în zonă. Noi urmează să le identificăm şi să venim cu interesele noastre, care să prevaleze şi să creăm o zonă de echilibru. Eu nu-i înţeleg pe „eroii”, care sunt gata să declare război oricui. Dacă divizezi oamenii pe criterii naţionale, nu faci nimic, trăieşti în mizerie şi te complaci în aceasta. Arătaţi-mi ţara care poate să prospere cu o astfel de atmosferă internă.

„Dacă clasa politică nu ne era formată din zootehnicieni, puteam fi o altă ţară”

- Cât de corectă a fost decizia preşedintelui Snegur de a semna acordul de aderare la CSI? Credeţi că această uniune a fost creată doar din interese economice sau este o încercare a Moscovei de a-şi menţine controlul politic în spaţiul ex-sovietic?
- Şi această interpretare este legitimă. Cred că CSI a fost inventat pentru transferul paşnic de la URSS la un sistem de state independente şi pentru evitarea convulsiilor inerente unui asemenea proces. Este foarte primitivă ideea că transferul se putea de făcut într-o noapte. Am aflat de la unii diplomaţi, inclusiv americani, că SUA şi Europa erau în stare de alertă în acele zile, întrebându-se dacă ţările ex-sovietice nu vor intra în război. Numai cât de delicată a fost problema Rusiei cu Ucraina şi Belarus, care erau împânzite cu arme nucleare! Şi la noi era armament mult. Se căuta o soluţie juridică pentru a rezolva aceste probleme. Sovieticii şi-au retras repede armatele din Ţările Baltice, pentru că acolo a existat o poziţie foarte clară a Occidentului. Însă RM nu s-a bucurat de solidaritatea europeană. Este uşor să îndemni oamenii să fie patrioţi, dar ce ai să faci când ţi se va închide robinetul la gaze, iar un nene din Bruxelles îţi va spune: „Nu vă certaţi cu ruşii, fiindcă noi nu vrem să ne certăm cu ei din cauza voastră!”. Snegur nu a avut o soluţie mai bună la acel moment. Fireşte, politicienii din RM ar fi putut să se autoorganizeze, ca să aibă mai mult de câştigat, inclusiv din divizarea patrimoniului. Dacă clasa politică nu ne era formată din zootehnicieni şi agronomi, puteam fi o altfel de ţară. Dar e uşor să fii deştept de la distanţă…

- Şi dvs. aţi intrat în parlament în 1994 pe lista PDAM, adică a zootehnicienilor…
- Eram o persoană venită şi mulţi se uitau la mine chiorâş. Oamenii cu experienţă nu erau priviţi cu ochi buni la noi. N-am fost niciodată membru al partidului, ci doar al fracţiunii PDAM, pe care, apropo, n-am părăsit-o. Deşi, la finele lui 1996, am creat Mişcarea „Pentru o Moldovă Democrată şi Prosperă” (PMDP), n-am vrut să contribui la divizare în parlament.
- În ce măsură Kremlinul influenţa viaţa politică din RM?
- Influenţa Moscovei, a Washingtonului sau a Bucureştiului nu a avut niciodată un caracter preponderent. În mare parte, deciziile importante se luau aici. Se vorbeşte că Voronin nu a semnat memorandumul Kozak-2 la indicaţia Occidentului, dar amintiţi-vă câte indicaţii ale Europei au fost neîndeplinite de către Voronin. Cred că meritul Occidentului a fost doar de a-i lămuri dlui Voronin ce se va întâmpla dacă va semna documentul. Şi eu am avut situaţii când Moscova, Washingtonul sau Bucureştiul îmi recomandau nişte lucruri, dar decizia o luam noi. E adevărat că, în primii ani de independenţă, eram mai sovietici. Şi românii, după revoluţie, se numeau „tovarăşi”, până când şi-au dat seama că Ceauşescu nu mai e. Sigur că o ţară ca RM, care nu stă bine pe propriile picioare, întotdeauna depinde de factorul extern, având o economie dependentă. Totuşi, dacă facem o comparaţie cu anii trecuţi, vedem că ponderea UE în comerţul extern al RM este foarte mare deja. Şi ponderea comerţului cu Rusia se menţine mare deoarece luăm de acolo resursele energetice. Aflându-se la frontiera dintre Est şi Vest, RM trebuie să devină un factor de stabilitate a Europei. Dar aceasta e imposibil, dacă avem relaţii proaste cu vecinii. Iar Rusia este un factor important al politicii mondiale şi este naiv să o ignorăm.

„Roşca a fost instrumentul de bază în destrămarea ADR”

- Care a fost rolul fronturilor populare în procesul de destrămare a URSS? Se pare că frontul nostru popular şi-a adus contribuţia şi la declanşarea conflictului transnistrean, promovând ideea unirii cu România într-o situaţie politică foarte tensionată.
- Sunt convins că situaţia transnistreană a fost provocată inclusiv de agresivitatea de la Chişinău. Cred că, iniţial, fronturile populare au avut un rol pozitiv, dar la un moment dat, au devenit mijloace prin care serviciile speciale au încercat să influenţeze evenimentele şi să controleze situaţia. Sunt şi episoade care demonstrează că liderii PPCD au folosit partidul în interes de business, rezolvându-şi problemele proprii, sau au votat decizii masiv sprijinite material. PPCD a avut un rol şi pozitiv, şi negativ în dezvoltarea RM. Istoria nu poţi s-o scrii de două ori, indiferent dacă îţi place sau nu.

- De ce a fost demis Guvernul Sturza?
- Pentru că nu era convenabil celor care i-au votat demisia. S-a întâmplat în momentul în care RM avea relaţii deschise cu structurile europene şi se preconizau acţiuni concrete. Dacă Sturza mai făcea câţiva paşi, era deja riscant să-l demiţi. Ştiţi foarte bine cine a votat pentru demisie: PPCD, PCRM şi câţiva deputaţi rupţi de la fracţiunea PMPD de către fostul preşedinte Lucinschi. Guvernul Sturza era expresia politică a majorităţii de atunci, iar demisia sa a fost primul pas pentru destrămarea acestei majorităţi.
- Se vehiculează ideea că Lucinschi ne-a fost plasat de Moscova şi că demiterea lui Sturza s-a făcut înainte de summitul de la Helsinki pentru a împiedica apropierea RM de UE…
- Eu nu mă joc cu chestiile astea. Vorbind de interese străine, putem să înnebunim. Pe fiecare dintre cei trei îi interesa poziţia proprie, dar nu Helsinki. În RM, 99% din decizii se iau pentru că cineva vrea să-şi îngroape oponentul. Lucinschi, care avea interesul de a introduce regimul de guvernare prezidenţial, trebuia să demonstreze că guvernarea nu e eficientă şi să provoace conflicte. Interesele sale au coincis cu cele ale lui Roşca şi ale lui Voronin şi ei s-au unit. Roşca a fost instrumentul de bază în destrămarea ADR – el a fost ciocanul. Şi astfel l-a eliminat pe concurentul său, Valeriu Matei, şi a rămas singur pe aripa dreaptă.

„Voronin trebuie să ne întoarcă datoria din 2005”

- Atunci aţi votat şi dvs. pentru modificarea Constituţiei, ca preşedintele RM să fie ales de parlament. Credeţi că aţi procedat corect?
- Eu credeam că sistemul prezidenţial de guvernare este periculos şi am propus o alternativă – ca parlamentul să aleagă şeful statului. Singura greşeală a fost introducerea pragului de trei cincimi, varianta ideală fiind alegerea din trei tururi. Am fost naivi, nu ne-am gândit că am putea ajunge la situaţia actuală. Cred că revenirea la alegerea preşedintelui de întreg poporul este o idee populistă, care poate să ne aducă la aceleaşi neînţelegeri – preşedintele se gândeşte la următorul mandat, intră în concurenţă cu guvernul şi avem conflicte interminabile.

- În 2005, după ce PD a ajuns în parlament împreună cu Blocul „Moldova Democrată” (BMD), iar apoi s-a separat şi l-a votat pe Voronin preşedinte, Urecheanu spunea că l-aţi trădat.
- BMD nu era proprietatea lui Urecheanu. După alegeri, colegii din Internaţionala Socialistă m-au întrebat cine îi reprezintă în noul parlament şi s-au arătat nedumeriţi că facem parte din BMD, care se declara drept o formaţiune de dreapta. I-am propus lui Urecheanu să ne înregistrăm ca două fracţiuni parlamentare distincte, dar, din păcate, el încă n-are experienţă politică suficientă şi a mers la conflict. Ştiţi că atunci Occidentul l-a susţinut foarte activ pe Voronin. Se dorea stabilitate şi o guvernare normală. După alegeri, dl Băsescu a trimis două delegaţii la PD, ca să ne convingă să-l votăm pe Voronin. Nu-mi pare rău pentru acel vot. Acum Voronin trebuie să ne întoarcă datoria din 2005.
- De ce, în RM, alianţele de guvernare democrate nu funcţionează niciodată şi contribuie la revenirea la putere a comuniştilor? Primele conflicte din tabăra democrată ne-au adus în parlament comuniştii agrarieni. După căderea ADR, în 2001, a venit Voronin. Situaţia se putea repeta şi în prezent.
- Aceasta se întâmplă din cauza pasivităţii şi credulităţii electoratului, dar şi a politicienilor noştri, care nu se tem de alegători. Politicianul trebuie să ştie că alegătorul îi va taxa comportamentul primitiv şi copilăresc. Iar oamenii trebuie să înţeleagă că ei poartă vina pentru faptul că trăiesc atât de prost. Dacă alegem un consiliu municipal de o culoare politică şi un primar de altă culoare, ce să aşteptăm de la puterea municipală? Doar gâlceavă! Trebuie să devenim mai maturi şi să ducem până la capăt măcar o guvernare democratică. La prima şedinţă a AIE mi-am îndemnat colegii să depăşim în interior toate problemele, iar în faţa oamenilor să apărem ca o singură entitate, capabilă să ducă la capăt reformele. În acest sens, comuniştii sunt organizaţi mult mai bine. Şi ei au o mulţime de probleme interne, dar nu le scot la vedere.
- Dacă Vlad Filat va candida la funcţia de preşedinte şi va fi susţinut de PCRM, îl veţi vota şi dvs.?
- Dacă există o atare înţelegere între PLDM şi PCRM, nimeni nu poate să se implice şi preşedintele va fi ales. Alegerea este posibilă într-o formulă mai largă, iar formulele pot fi diferite. Principalul este înţelegerea. Sper că, în toamnă, lucrurile se vor lămuri, căci răbdarea poporului are o limită.
- Este posibilă şi formula PCRM-PD?
- Aşa nu ne ajung voturi. Ideal ar fi ca preşedintele să fie votat de 101 deputaţi. Dar de ce să nu demonstrăm lumii întregi că, după 20 de ani de independenţă, suntem capabili să găsim un compromis? Lumea ne arată deja cu degetul la tâmplă.

„Cum e politica noastră, câteodată păduchioasă, aşa ne este şi mafia”

- Când au început să fie împărţite sferele de influenţă în RM şi cine controla marile afaceri în primii ani de independenţă?
- Credeţi că avem mari afaceri în RM? Aşa cum e politica noastră, câteodată păduchioasă, aşa ne este şi mafia – multă gălăgie şi puţin efect. Lupta cu mafia şi corupţia este mai degrabă o lozincă electorală. Noi trebuie să facem ca legislaţia să fie respectată de toţi, pentru ca preşedintele, premierul, deputatul, dacă a făcut o gafă, să ştie că va răspunde în faţa legii. Nu avem mafie, dar ceva foarte gălăgios şi o concurenţă internă, apărută din cauza crizei politice. Dacă terminăm cu criza, vom termina şi cu gălăgia.

- La ultima şedinţă a parlamentului, când se discuta proiectul legii despre acordarea unor privilegii semnatarilor Declaraţiei de Independenţă, spuneaţi că lucraţi în parlament de 16 ani, dar niciodată n-aţi văzut aşa ceva. La ce v-aţi referit?
- N-am văzut niciodată aşa dezmăţ. Un grup de colegi au scris pe genunchi într-o seară proiectul, l-au aruncat în parlament şi hai să votăm repede aşa cum vor ei…
- PLDM-ul insista să-l votaţi. De ce nu vă convine proiectul?
- Mi s-a părut absolut incorect. N-a fost discutat în comisie, nu a existat un raport, ci doar păreri diferite. Eu nu sunt de acord că patriotismul trebuie măsurat în donaţii materiale, paşapoarte diplomatice şi sanatorii gratis. Chestia asta nu miroase bine. Sunt de acord să-i purtăm în braţe pe deputaţii primului parlament, care au avut un merit deosebit, dar nu trebuie să exagerăm. Oare numai 200 sau 300 de deputaţi au luptat pentru independenţă? Nu atât ei, cât poporul, care le-a transmis un mesaj clar, a avut cel mai mare merit în acele zile. Sau cei care au luptat pe Nistru în 1992 au mai puţine merite faţă de RM? Am aflat că şi dl Moşanu este categoric împotriva unor asemenea decizii. Cineva spunea că unii deputaţi din primul parlament au votat, iar restul au stat în tufişuri. Acum ce trebuie să facem? Să votăm legea, după care să-i căutăm pe cei din tufişuri şi să-i lipsim de privilegii?
- Dar ce interes ar avea autorii proiectului pentru a-i susţine financiar pe semnatarii Declaraţiei de Independenţă?
- În campania electorală, grupul „Parlamentul 90” a aderat la un anume partid. Cred că e un fel de recompensă pentru acel sprijin, iar acest lucru mi se pare puţin deplasat. Ar fi trebuit să pregătim un proiect de hotărâre a parlamentului cu caracter politico-moral de susţinere a ideii de independenţă, dar nu să venim cu onoruri la înmormântare… Sună cam anapoda, nu? Aspectul financiar trebuia să fie luat în seamă mai puţin. Cred că dl Lupu a luat o decizie corectă, trimiţând proiectul la examinare în comisie. Ar fi mai bine ca, după 27 august, să adoptăm o decizie cumpătată.
Întrebarea lui Dumitru Diacov pentru succesoarea sa, Eugenia OstapciucVă simţiţi politic împlinită sau dezamăgită? Vă place ceea ce aţi făcut toţi anii ăştia sau vă pare rău de ceva?
Pavel Păduraru
Timpul

mercoledì 29 giugno 2011

In libreria “A Est del Nordest. In spider alla conquista della Romania e altri racconti”.

Tremila chilometri per varcare il Danubio e “conquistare” il Far East. Il racconto di viaggio di Maurizio Crema in Romania, Moldavia e Transnistria partendo da Venezia e passando dai Balcani. Un progetto che diventerà anche un documentario. Ecco un'anticipazione del capitolo sulla Transnistria e un video

A Est del Nordest è un libro di viaggi ma anche di scoperte, un’esplorazione nel Far Est d’Europa, dove i confini si confondono e anche la Storia si perde un po’, come in Transnistria,il paese non riconosciuto da nessun’altra nazione che vive cristallizzata ai tempi del Soviet, dell’Urss, del comunismo. In una Tortuga dove s’intracciano traffici legali e illegali. L’ossatura del libro, il racconto più lungo, è un viaggio con una vecchia spider vent’anni dopo la caduta del Muro, da Venezia fino alla Romania. A Est del Nordest, appunto.

Una cavalcata matta e un po’ disperata lunga 1500 chilometri con tanti fantasmi: la badante, la prostituta, l’operaio della Zastava, l’imprenditore del Nordest, il trafficante di case e donne, i contadini arricchiti col boom immobiliare (che finisce con un matrimonio zingaro e una notte magica che poteva trasformarsi in un incubo quando tre ragazzine hanno iniziato a danzarmi intorno). E scatta la paura, del diverso, dello straniero, del buio di Craiova, città oscura, poca luce e pochi lampioni. Che fare? Scappare, per le avventure c’è sempre tempo. Ma non e stata una sconfitta. Primo, perché sono tornato vivo e poi perche sono iniziati altri viaggi. Quelli raccontati nella seconda parte del libro, un po reportage e un po cartoline di un Est che e anche lo specchio del Nordest e dell’Italia di questi ultimi vent’anni: berlusconiana e arraffona.

Si narra dei monasteri affrescati della Bucovina, in Romania, dei castelli di Dracula (quello vero e quelli falsi tipo balcone di Giulietta) e dela cantina sotterraneee di Chisinau o del Barone degli zingari Moldavi che vive a Soroca, oppure di Bucarest, capitale rilucidata di un paese che non si sa ancora come abbia fatto a entrare in Europa.



Il Paese che non c’è
[Transnistria] La Bessarabia (Besarabya in turco) è una regione compresa tra i fiumi Prut (affluente di sinistra del Danubio nel suo corso infe­riore) e il Nistro: attualmente è suddivisa tra la Moldova (parte settentrionale, dopo la disfatta dei Mongoli del 1343 fu annessa al principato di Moldova) e l’Ucraina (parte meridionale o “Bessarabia storica”, o Budjak “Bessarabia Vecchia”, Bugeac in rumeno, Bugiac in lingua tartara e Bugiak in turco).

Già questo incrocio di lingue fa capire come da queste parti sia passato di tutto e non sia ancora finito. È rimasto sospeso, aleggia come un fantasma tra la pianura di campi coltivati e filari di alberi che si allungano a distesa fino al confine che non c’è. Pensi di trovarti davanti a un qualche punto geografico, un monte, un fiume, un cocuzzolo, e invece l’autostrada rattoppata finisce in un posto di blocco sorvegliato da soldati dove il primo comandamento dei cartelli è non fotografare né filmare. D’altra parte, come si può registrare un posto che non esiste? Sono passati una cinquantina di chilometri da Chişinău, ne mancheranno duecento a Kiev, ma ora mi ritrovo a fare i conti con un paradosso. «Non credo che vi sia bisogno di visto per entrare in Transnistria, ma tu portati dietro il passaporto e in ogni caso spera, non è detto che ti permetteranno di passare. Non esiste un criterio, c’è gente che conosco che entra e rientra, altri italiani che sono rimasti bloccati per ore senza speranza. Tu prova».

L’amico imprenditore italiano non è del Sud ma lavorando da queste parti da anni era diventato un fatalista convinto. E anche i suoi colleghi o la gente che ho conosciuto, rumeni e moldavi, ha lo stesso approccio. Il confine del Nistro è ancora un rebus e non solo perché formalmente quel Paese non è riconosciuto da nessuno, nemmeno dai russi che l’hanno creato quando nel 1992 l’armata del generale Lebed si schierò con i secessionisti dell’autoproclamata Repubblica di Transnistria, e passò il fiume che scimmiotta l’Istro occupando Thighina (o Bender per i russi), la città che si profila in fondo all’autostrada, dopo i fili spinati di questa frontiera che ufficialmente non esiste. Vi furono scontri, una vera battaglia, morti e feriti. Da allora la situazione è congelata, e prosperano i traffici.

Sono nervoso e lo è anche la mia guida. Lui è moldavo ma mostra alle guardie transnistrie (evocativo, eh?) un passaporto rumeno, cioè europeo. Bene, proprio un bel pasticcio. Prima di arrivare mi ha detto di nascondere macchina fotografica e telecamera, io mi sono infilato nelle mutande la memoria di tutte le mie preziose foto e ho distribuito le cassette sotto il tappetino e gli apparecchi tra le varie tasche di quel canguro d’auto che mi ritrovo. Passiamo una prima frontiera, mi si spiega che è quella moldava, ah! Poi la terra di nessuno di un chilometro tra sterpaglie e fili spinati, un’autoblindo russa, sacchetti di sabbia e pennoni a sventolare bandiere col montone. E arriva un altro stop. Spunta il cirillico. Questa è la Transnistria, Pridnestrovie in russo, mi spiega il mio Virgilio guardia del corpo autista e chissà che altro. Il poliziotto che ci scruta ha il colbacchetto nero e la divisa caki, mostrine lucenti e un bel pistolone alla cintura. Un altro passa in rassegna l’auto, batte con uno sfollagente sulla carrozzeria, si fa aprire il cofano dietro, controlla dentro e poi fa richiudere. Aprono le portiere dietro, io sudo freddo, non mi va proprio di finire in galera in un posto come questo dove l’unico soggetto riconosciuto dal mondo è la squadra di Tiraspol (città del Tyras, l’antico nome latino per Nistro), lo Sheriff, punta di un iceberg che nella parte sommersa controlla un gruppo che conta supermercati, distributori, fabbriche, televisioni, giornali, distillerie, agenzie pubblicitarie, società di costruzioni (o mamma mia, mi sembra di essere in Italia!). In pratica metà della ricchezza di questo Paese è nelle tasche di un paio di agenti segreti e del figlio del capo Oleg Smirnov. Le guardie di frontiera ci fanno cenno di accostare, parcheggiamo davanti a un prefabbricato basso e lungo dove si assiepano in altri cinquanta, donne, bambini, uomini. Tutto è scritto in cirillico, siamo già in Russia. Guardo in giro, controllo con la coda dell’occhio cosa accade all’auto, nessuno se la fila. E io mi metto in fila. C’è da compilare un foglietto con tutto quello che sono, nascita, residenza, lavoro (turista, meglio non fare i giornalisti da certe parti, o in tutte?!). Una donna dai capelli scarmigliati e rossi, gli occhi verdi e la pelle con le lentiggini, sgomita e si piazza davanti al gabbiotto mitragliando in russo la poliziotta dall’altra parte del vetro. Ride alle battute degli uomini intorno, alza un figlio di tre anni e tiene sotto controllo l’altro, capisco che vuole andare a Kiev e arriva da chissà dove. Io cerco di scambiare qualche parola con gli altri della coda, l’inglese non è diffuso ma intuisco che molti stiano andando in Ucraina per poi finire in Russia dove c’è ancora lavoro ed è più facile trovare un posto rispetto alla dura Europa che fa un sacco di storie, che quella è una porta dove transitano spesso in un’emigrazione insistita che si porta dietro chissà cos’altro. Poi è il mio turno e sorrido, il mio solito sorriso beota da ufficioso a ufficiale. La poliziotta, capelli neri e occhi azzurri, mi guarda distratta e timbra. Il mio fascino non ha fatto molto presa, ma almeno se l’è bevuta che ero solo un turista. D’altra parte il problema non è entrare, mi fa subito dopo il mio compagno di viaggio, ma uscire. Ah, grazie!



Comunque il timbro prezioso ce l’ho, non è da tutti finire in un posto che non c’è (ufficialmente). Anche se nel mondo non sono poi così rari, mi viene in mente subito la Cipro Nord turca, stessa bandiera con la mezzaluna di Ankara ma in campo bianco. E lì, a Nicosia, c’è anche l’ultimo Muro d’Europa, ma questa è un’altra storia che c’entra molto con Venezia, oh yeah. Mettiamo in moto, il documento funziona, ci alzano la sbarra fatidica. Siamo dentro. L’autostrada si snoda ancora fra campi piatti e filari di alberi, poi entriamo in una città moderna e spettrale, qualche tram, pochissime auto, una ruota di luna park grandiosamente arrugginita e i resti di una fortezza che ora è base militare sul Nistro. Il fiume arriva d’improvviso, dopo una rotonda affollata di vecchie auto, si allunga pigro e marrone verso il Mar Nero, riflette la luce del sole e mi abbaglia mentre giriamo attorno e finiamo quasi dritti contro un carro armato, dei soldati lo sorvegliano e guardano distratti la strada, un flash e sono già dietro, mi giro, sono russi. Passiamo in mezzo a uno slalom di barriere di cemento, dall’alto di una torretta spuntano altri soldati armati, e poi siamo sul viadotto che oltrepassa il fiume sacro alla santa madre Russia e allo zar che conquistò questo posto nel 1812 e da allora se lo tiene ben stretto anche se è caduto insieme al comunismo. Ora comanda per interposta persona la Repubblica di Putin, come in Abkhazia e in Ossezia. Mah! Getto un altro sguardo a Tighina, lì la maggioranza della popolazione era moldava, ma ora sono quasi tutti scappati dall’altra parte e la pulizia etnica, anzi, la semplificazione etnica, è stata completata. Di qui, in Transnistria, meno di 500.000 russofoni, di là tre milioni di moldavi. Il resto sono emigrati. Bah! Mi concentro di nuovo sulla strada, la città ha già lasciato posto alla solita campagna piatta, poi spunta una costruzione moderna, nuova di zecca, scopro che è lo stadio dello Sheriff, la squadra del signore e padrone di questo staterello che gioca anche la Champions. Assurdità nell’assurdità. Ma il massimo lo raggiungiamo quando entriamo a Tiraspol, la capitale, e dopo il palazzo monumentale del governo e la statua di Lenin con suo crapone pelato che non riluce più neppure a Mosca. Passiamo davanti a un palazzo dove campeggia la scritta Venezia. Venezia! Ma dai, anche qui, in pieno comunismo irreale… dai gira, che voglio fare una foto, dico al mio Virgilio. E lui esegue: inversione a U proprio davanti all’entrata della base russa. Bravo, perfetto, l’ideale per farsi ben volere dalle truppe occupanti che stanno qui da quasi vent’anni. Ormai sono praticamente maggiorenni, già, bella manovra. L’ho voluta io, sì… ma già siamo fuorilegge o al limite e tu ti metti anche a fare il rodeo drive, ma pensa te.

Comunque al primo incrocio rigiriamo, ripassiamo davanti alla base e finalmente arriviamo al centro di questa capitale che non esiste. Parcheggiamo. Il mio Virgilio s’infila in un palazzo squadrato e io mi immergo in questo altro mondo: avete presente il film Ritorno al futuro, quello dello scienziato pazzoide che inventa l’auto per viaggiare nel tempo? Bene, io ero stato catapultato nel passato, negli anni Settanta, nel comunismo sovietico: ragazze con stivaletto di plastica dai colori acidi e gonne smorte su uno sguardo fiero e slavo e truccatissimo. Vetrine con le tendine che un tempo erano bianche e ora assolutamente grigie sormontate da astruse parole in cirillico gialle o rosse dove spuntano in esposizione tre oggetti, tipo uno shampoo, due tinture per capelli, una parrucca. Negozi dove sfila su rastrelliere da caserma un campionario dell’essenzialità, completi di poliestere, maglioni infeltriti, scarpe da ginnastica simil Adidas e da passeggio che se non hai i calli devi essere un fachiro per indossarle. Come Doc finiva a fare il pistolero in Texas io temevo di dover fare il membro del PCI in trasferta nel Paradiso socialista, cercavo di mimetizzarmi ma tutto di me era fuori luogo e, soprattutto, fuori tempo. Proprio come nel film di Zemeckis. Poi scopro che il supermercato è dello Sheriff, che la simil boutique è dello Sheriff, che anche la panetteria all’angolo è dello Sheriff, ma anche la banca, la stazione di servizio, la cattedrale, lo stadio. Non è un fondale di un film, questi vivono in un Grande Fratello. Tutto è del grande capo, del Leader, che ha costruito un mondo su misura per sé e i suoi affari a colpi di leggi ad personam e di monopoli. Tutto quello che è importato nel Paese che non c’è passa da una delle sue società, dal petrolio ai profumi, dalle scarpe alle auto. E quello che le fabbriche producono per l’estero, anche quelle degli italiani che lavorano qui, sotto discretissime coperture, passano da sue controllate. Sto camminando in un Matrix che è reale e nello stesso tempo irreale, una Rete i cui gangli finiscono sempre e comunque lassù, da Igor Smirnov. La sensazione di essere spiato e controllato diventa forte, dilagante, ti guardi in giro, mi aspetto da un momento all’altro di essere rapito, di scomparire nel nulla perché nessuno qui mi conosce e io sono in un posto che non esiste, precipitato in una finzione in un altro tempo e spazio. Forse devo smetterla di viaggiare, meglio starsene a casa, tranquillo, caminetto, cane e pipa. Questa è l’ultima volta che mi infilo in casini di questo tipo, giuro! Per fortuna la mia guida mi ripesca mentre mi sono messo schiena al muro in un posto riparato, schivo, grigio, insomma, una nullità. Dai vieni, andiamo – mi fa – ti porto al fiume e dopo andiamo alla Kvint, alla distilleria dove fanno il famoso cognac. Di chi è la distilleria? Fate un nome, uno a caso? No, no, basta è un’ossessione, l’unica fortuna è che il Grande Capo non compare mai, in tv o nei cartelloni, altrimenti mi sembrerebbe proprio di essere in un altro posto e in un altro tempo. O solo nel mio?
Nostalgia canaglia

I fiori stanno distesi davanti al gigante di granito rosso che guarda il sol dell’avvenire con cipiglio fiero. Un gruppo di vecchietti, le facce abbronzate e solcate da rughe con medaglie dell’Armata Rossa e spille CCCP orgogliosamente al bavero, parlotta tranquillo all’ombra della statua di Lenin che troneggia nella grande piazza del Soviet Supremo della Pridnestrovskaia Moldavskaia Respublica (Pridnestrovie in breve, in cirillico scriverlo è un’impresa), l’ultima repubblica socialista sovietica sopravvissuta al naufragio dell’URSS. In alto, sulla sommità del palazzo in stile classicocomunista svetta ancora la falce e il martello incorniciati da spighe e uva e sormontati da una stella rossa. Tutto come allora, vent’anni fa, quando cadde l’Unione e scoppiò la guerra civile tra moldavi e russi, tra cirillico e latino, tra voglia d’Europa e nostalgia del sistema che resse questo sterminato Paese per settant’anni fino all’arrivo di Gorby. Duemila e passa morti e una dittatura dell’ex capo del KGB Igor Smirnov dopo quei ragazzi classe 1945 stanno a festeggiare il faro della Rivoluzione d’ottobre, l’ideologo e la scintilla di quel movimento che voleva cambiare il mondo e ha lasciato solo ricordi e miserie. Sorridono quando io e il mio compare filmico Enrico chiediamo notizie, storie, informazioni provando tutte le lingue che conosciamo, compreso il dialetto veneto, senza avere l’unica che ci permetterebbe di dialogare con loro: il russo. Sono un po’ timorosi, chi siamo, da dove veniamo – «Italianiskj, eh!» – ma non ci credono, non capiscono come possano arrivare fin lì – a Tiraspol, nella capitale dello stato che non è riconosciuto da nessuno tranne che da pezzi di Abkhazia e Ossezia – dei turisti. Turisti di che? Del tempo che fu? Però si avvicinano, cercano di parlarci, i sorrisi bambini mentre vogliono spiegarci che festeggiano – scopriremo giorni dopo che il 22 aprile è l’anniversario della nascita di Vladimir Il’ic Ul’janov, il compagno col pizzetto e lo sguardo fisso – come vivono, cosa sognano ancora quegli occhi un po’ umidi che guardano a un passato che non esiste più eppure vive ancora in loro e in quel monumento alto otto-dieci metri. La testa pelata del grande rivoluzionario rifulge al sole di questa Pasqua imminente, i baffoni e il mento aguzzo fendono l’aria, l’orizzonte, il braccio sta teso e chiuso in un pugno serrato mentre sembra che si protenda, come se il gigante stesse per parlare, per lanciare un comizio dei suoi, per infervorarsi nella grande illusione comunista. Quello che spicca in questa statua, una delle ultime rimaste di Lenin sulla faccia della terra, è la coda che sfugge alla sua sinistra: il suo cappotto stilizzato si confonde in un’ala di granito, pronto a portare in volo lui e le sue parole come in un quadro di Chagall. Non gli bastano i tulipani rossi come omaggio, il vecchio condottiero vorrebbe di più, forse risorgere per lanciare una nuova sfida al capitalismo. Ma quello è un miracolo riservato solo agli dèi, a Gesù. Lui era solo un uomo che morì presto, nel 1924, e non vide i disastri che aveva contribuito a partorire come questo stato ai confini dell’Europa, una lingua di terra delimitata dal fiume Nistro grande poco più della Valle d’Aosta e meno della Liguria dove vivono in mezzo milione senza un passaporto valido per il resto del mondo (devono usarne altri, ucraini, russi, moldavi) e con una moneta, il rublo, seppellita dalla storia ma non dai maneggi del Grande Fratello che tutto comanda qui.

«I grandi magazzini Sheriff? Le pompe di benzina? La concessionaria Mercedes? La fabbrica tessile? L’acciaieria, i cementifici? Ristoranti, discoteche, perfino la squadra di calcio, tutto è suo. Senza il suo sì qui non puoi far niente, per questo tutto è ordinato, in regola. Qui la corruzione non esiste». In compenso potrebbero furoreggiare traffici di armi, droga, donne, organi, adozioni illegali. Ma lui fa spallucce, non ci crede: «Tutta propaganda negativa, come i servizi delle Iene in tv, girati in Moldova». Sergio Luciano è un italiano del Sud sulla quarantina che con Lenin ha in comune una bella pelata e che tre anni fa ha deciso di trasferirsi a vivere a Tiraspol dopo aver bazzicato per anni in Moldova, a Chişinău. Ebreo osservante, scorrazza tra Ucraina, Transnistria e chissà quanti altri posti di quest’Europa di confine a caccia di affari (lavora nel campo dell’abbigliamento, c’entra con la produzione a Tiraspol della Moncler, ma non solo) e anche di fidanzate: «Ne ho un paio a Chişinău, una a Tiraspol, un’altra a Odessa», dice questo maschio italiano vero accarezzandosi la pancia accentuata. «Qui hai davanti a te solo tre risposte se vuoi fare affari: no, sì, e partecipo anch’io» spiega infervorato. «Perché qui sono pronti a metterci i soldi se credono nel progetto, non come in Moldova che ti dicono investi e poi cercano di fregarti l’affare o di prosciugarti con bustarelle varie. È semplice: se a lui [cioè a Smirnov, n.d.A.] vai bene entri, altrimenti sei out. E ora vuole aprirsi al mondo, vuole che arrivino gli investitori dall’estero, anche dall’Italia».

Per questo ci ha portato a visitare una vecchia fabbrica di carri armati poi diventata di camion e oggi di semoventi per granaglie: la Dhecmp Aemo (tradotto dal cirillico), Dnestrauto. Un posto cadente che lui magnifica: «Vedi è tutto pulito, ti sfido a trovare una carta per terra, olio e ruggine sono banditi». Effettivamente tranne nell’ultima ala della fabbrica, dove i vetri rotti ci sono, il resto sembra in ordine. In ordine e anche in gran parte vuoto. «Vent’anni fa lavoravano duemila persone, ora siamo rimasti in duecento», spiega Petr Kirilovich, vice direttore della fabbrica, un bulgaro di qui (c’è anche questa minoranza in questo lenzuolo di Stato incuneato tra Ucraina e Moldova). E i macchinari come le strutture, gli uffici, i bassorilievi, tutto sembra essersi fermato al 1991, quando ancora c’era l’URSS caro lei, tranne il castello di Bender, la città dall’altra parte del Nistro che i moldavi chiamo Tighina e i russi hanno conquistato dopo una battaglia nel 1991. Le sue torri spuntano dalle grandi vetrate della fabbrica che confina assurdamente con questa fortezza fondata nel XV secolo da Ştefan cel Mare, fatta possente da Solimano il Magnifico alla metà del secolo dopo e conquistata dai russi alla fine del XVIII secolo grazie anche al barone di Münchausen, che qui si sparò sulla palla di cannone per far vincere le truppe del principe Potemkin, anzi del Serenissimo Principe Potemkin Tavriceskij (cioè di Tauria-Crimea), sposo segreto della zarina Caterina II. All’inizio di quel secolo anche gli svedesi spiaggiarono da queste parti, cercando di battere i russi dello zar e finendo per perderci il loro re Carlo XII.

Smirnov è orgoglioso di tutte queste storie e ha deciso di far sgombrare i militari da quella che è ancora per metà una loro base per iniziare restauri faraonici alle lunghe mura e alle otto torri superstiti, finanziando anche la creazione di un museo e l’erezione di busti e statue a tutti i grandi generali. E il barone s’è conquistato un suo angolo nel sacrario del Grande Capo, compreso di busto e lapidi che spiegano le sue gesta di allucinato soldato finito sulla luna e non solo. Ma i resti delle migliaia di soldati che perirono qui per difendere o conquistare questo avamposto strategico per commerci e domini (alla foce del Nistro, settanta chilometri da qui, sorge il castello di Moncastro o Maurocastro, ex colonia di Venezia sul Mar Nero) sono stati piazzati all’inizio della città, in un sacrario con tombe di tante guerre, anche dell’ultima che produsse 486 “martiri”, almeno stando alla fanfara del regime. Civili e soldati che combatterono ex fratelli comunisti riuscendo a scamparla grazie a fratelli russi, quella XIV armata che oggi sembra essere stata in gran parte sgomberata, ne rimangono solo cinquecento di soldatini.

Chissà che questi vecchietti timidi sotto il testone di Lenin non fossero dei suoi vent’anni fa. Abbiamo cercato di scoprirlo con domande e gesti finendo per essere quasi arrestati dagli agenti di guardia al Soviet Transnistro. Per fortuna eravamo stati ben indottrinati: «Rispondete sempre che siete turisti», ci aveva detto Luciano. E noi lo ripetemmo a tutti quelli che ce lo chiesero, anche al baffone che doveva decidere della nostra sorte: guardina o libertà? Decise che eravamo troppo stupidi, lì, sotto Lenin e il sole con macchina fotografica e videocamera, per essere veramente pericolosi. Meglio così. E il traffico d’armi descritto in un servizio delle Iene? «Perché dovrebbe sporcarsi le mani Lui con quegli affari? Controlla già metà del PIL della Pridnestrovie, ha un patrimonio personale stimato in tre o quattro miliardi di dollari (l’altra valuta che conta da queste parti), volete che si sporchi le mani con queste inezie? La verità è che a tutti, Moldova, Ucraina, Russia, Europa, fa comodo che Lui comandi e che questo Stato esista, perché qui la gente vive, studia, fa figli, affari, quindi a differenza di quello che pensano tutti, la Transnistria c’è». E combatte insieme a Lui con le sue ragazze dal tacco dodici anche per comprare il pesce dai camion cisterna. Ma hai voglia a mostrarti altera e sculettante tra vecchie auto zigulì e nuovi suv neri. Questo posto sospeso nel limbo dell’ultimo Soviet rimane una gabbia grigia sull’orlo del disfacimento, con i ragazzi costretti a pascolare le pecore in periferia in mezzo a un ex bunker sovietico e alla sporcizia, le fabbriche che stanno in piedi per miracolo e gli imprenditori come Vyacheslav Driglov che non vede l’ora di trovare sponde occidentali per far decollare la sua software house, e i sindaci di campagna che devono implorare i preti italiani come il padovano don Sergio di creare strutture sociali, oratori, mense, ospedali nei loro paesi perché il Grande Fratello pensa ad altro. Forse invidia il barone di Münchausen e vorrebbe finire in orbita con una Soyuz come hanno già fatto altri ricconi prima di lui.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/29/in-libreria-a-est-del-nordest-in-spider-alla-conquista-della-romania-e-altri-racconti/131290/

http://www.youtube.com/watch?v=aULJ15mJ6fs&feature=player_embedded

venerdì 24 giugno 2011

Conferința de presă: „Mamele împotriva torturii”

Joi, 23 Iunie 2011 15:04
Acest eveniment este una dintre activitățile Campaniei dedicate Zilei Internaţionale a ONU pentru Susţinerea Victimelor Torturii – 26 iunie, organizate de către Centrul de Reabilitare a Victimelor Torturii ”Memoria”.  
În ajunul zilei – de 26 iunie, rudele victimelor torturii, violenței și tratamentelor inumane și/sau degradante au îndemnat autorităţile naționale să stopeze tortura pe ambele maluri ale Nistrului şi să-i tragă pe torţionari la răspunderea reală.
Ana BĂTRÎNCEA, Ecaterina TANASIEV, Ina CALUN, Ecaterina GHEORGHIȚĂ, mame ale căror fii au fost arestați ilegal și torturați în Comisariatele de Poliție în urma protestelor din 7 aprilie 2009, țin să atragă atenția asupra următoarelor fapte:
  • față de copii lor a fost încălcată prezumţia nevinovăţiei și li s-au încălcat drepturile cele mai elementare;
  • victimele au fost lipsite de dreptul de a recunoaște și a afla numele torționarilor/colaboratorilor de poliție;
  • investigația cazurilor de tortură a fost foarte anevoioasă, dificilă și cu retraumatizarea repetată a victimelor și a membrilor familiilor lor;
  • procesele de judecată sunt tergiversate la nesfîrșit, iar presiunile asupra victimelor continuă chiar și în prezența judecătorilor. De asemenea, a fost inadmisibil faptul că unii băieți au fost luați cu forța din cadrul instituției de învățământ, fără careva acțiuni din partea directorului sau a dirigintelui.
”Noaptea aceea a fost un calvar pentru mine. Credeam că nu-mi mai văd copilul viu. Simţeam o frică imensă, deoarece poliţiştii îi arestau pe toţi care îi întâlneau în stradă. Noi am născut și am crescut copiii noștri nu pentru ca să fie folosiți în scopuri politice și ulterior transormați fizic și psihologic în invalizi. Dorim să fie trași la răspundere toți polițiștii implicați în actele de tortură!”, spun mamele.
Natalia MOZER, Vera ERIOMENCO, Marina POPOVSCAIA, Stela SURCHICEAN, mamele si rudele apropiate ale victimelor torturii și tratamentului inuman din regiunea transnistreană, solicită: 
  1. crearea unui grup de profesionişti independenţi – procurori, avocaţi, experţi, judecători, care ar avea accesul la documente și dosare, precum și dreptul să prezinte rapoarte și constatări, care ar fi acceptate în toate instanțele.  Membrii grupului ar trebui să includă și reprezentanţi din ţările participante la formatul de negocieri 5+2, precum și societatea civilă;
  2. crearea condiţiilor de acces în închisori. Membrii organizaţiilor societății civile să monitorizeze condiţiile din penitenciare și respectarea drepturilor omului; 
  3. Asigurarea unor standarde minime pentru deţinuţi: încăpere aerisită, apă potabilă, produse alimentare, spaţii de recreere, condiţii elementare de igienă personală şi de prevenire a bolilor infecţioase,etc.;
  4. efectuarea examenului medical obligatoriu pentru toţi deţinuţii cu îndeplinirea documentelor justificative relevante; 
  5. asigurarea tratamentului medical calificat și adecvat stării deținuților
  6. asigurarea cu medicamentele necesare pentru deţinuţi, în special pentru cei care suferă de tuberculoza, hepatita virală, SIDA şi alte boli infecțioase și/sau contagioase;
  7. izolatoarele de detenție preventivă să fie scoase de sub jurisdicția miliției, deoarece reprezentanții acestei structuri au acces la victime în afara programului de lucru (după orele 18:00);
  8. interogatoriul să fie efectuat doar în prezenţa avocaţilor. Orice detenţie cu o durată mai mare de 24 de ore și condamnarile emise de către instanțele judecătorești ale autoproclamatei republici nistrene, să fie contestate la orice tribunal din orice țară care participă la formatul de negocieri 5+2, astfel încât să fie încetate acțiunile ilegale a structurilor de pe malul stîng al Nistrului. 
”Noi - mamele victimelor torturii din regiunea transnistreană, facem apel către toţi cetăţenii din Republica Moldova să spună un ferm: "NU" - torturii!”. Încurajăm pe toți cei care luptă cu acest fenomen şi care sprijină și ajută supravieţuitorii torturii, îi încurajează să-și continue viața, să se re-integreze în familiile lor și să devină din nou membri utili și cu drepturi depline ai societăţii noastre.” 
Ținem să menționăm că Centrul de Reabilitare a Victimelor Torturii ”Memoria” este primul și unicul centru de reabilitare a victimelor torturii, care activează din aprilie 2000. În prezent acordăm asistență medico-socială și legală la 178 de victime recente ale torturii, violenței, tratamentelor inumane și/sau degradante, precum și rudelor acestora, inclusiv celor din regiunea transnistreană.
Informaţii suplimentare:
Pe data de 26 iunie 1987, a intrat în vigoare Convenţia ONU Împotriva Torturii. În anul 1997 Adunarea Generală a ONU, prin rezoluţia 52/149, a declarat ziua de 26 iunie drept Zi Internaţională a ONU pentru susţinerea victimelor torturii. Scopul acestei decizii este eradicarea torturii şi aplicarea efectivă a Convenţiei împotriva torturii şi altor pedepse şi tratamente cu cruzime, inumane sau degradante.
În conformitate cu legislaţia internaţională, s-a impus o interdicţie absolută asupra aplicării torturii şi altor pedepse şi tratamente cu cruzime, inumane şi degradante.
Pentru mai multe informaţii, contactaţi:
RCTV „Memoria”: Ludmila Popovici, Director Executiv, +373 22 27 32 22; memoria@mdl.net; www.memoria.md    

mercoledì 22 giugno 2011

Piccoli ma importanti: la Repubblica di Moldavia in bilico tra il futuro ed i fantasmi del passato Moldavia .
 
Piccoli ma importanti: la Repubblica di Moldavia in bilico tra il futuro ed i fantasmi del passato
Come ben sappiamo, i Paesi sorti in seguito al crollo dell’Unione Sovietica hanno dovuto affrontare tutta una serie di sfide politiche, economiche e militari al fine di mantenere e/o rafforzare il proprio ruolo geopolitico e garantirsi, di conseguenza, la sopravvivenza nell’arena internazionale.
La Repubblica di Moldova è uno di questi Stati impegnati in una difficile transizione verso un modello politico più stabile ed efficace e un assetto economico più trasparente, efficiente e soprattutto prospero.
Come avremo modo di vedere tra poco, le sfide che attendono la Moldova sono molte e dalla loro risoluzione dipenderà il futuro di questo piccolo ed importante Stato situato nell’Europa sudorientale incastonato tra Romania ed Ucraina e pienamente integrato nelle altamente instabili dinamiche politiche che connotano la regione del Mar Nero.
Se, come cercheremo di mostrare tra breve, la pace e la stabilità dell’Europa dipende anche dalla stabilità interna di questo piccolo Paese, allora è probabile che la risoluzione del conflitto con la secessionista Transnistria sia la sfida più complessa ed importante che attende i policy-maker di Chisinau. Chiaramente la ricomposizione di quel conflitto dipende in larga misura dalla volontà delle Grandi Potenze i cui interessi passano anche per quel territorio. Detto questo è bene precisare che sarebbe sbagliato pensare alla Moldova come una semplice vittima delle volontà altrui. Seppur angusti, i politici moldavi mantengono un certo spazio di manovra sia nella politica interna sia in quella internazionale (teatro regionale) che deve essere sfruttato con intelligenza e lungimiranza, spazio che può essere ampliato se si decidesse di procedere verso riforme volte da un lato a rafforzare il sistema politico e dall’altro a combattere le sacche di corruzione che si annidano nell’economia e nella burocrazia nazionale.
Anche nel caso moldavo politica interna ed internazionale si intrecciano senza soluzione di continuità.
La Moldova oggi: un Paese in bilico tra difficoltà economiche e crisi politica
La Moldova è una Repubblica Parlamentare. E’ uno degli Stati più piccoli d’Europa, sia sotto il profilo territoriale (circa 34000 km²), sia sotto il profilo del numero di abitanti (poco più di 3,5 milioni).
Sebbene durante il periodo sovietico abbia conosciuto una certa prosperità oggi la sua economia si trova a fronteggiare enormi difficoltà. Non è quindi casuale se il Paese viene spesso definito il più povero d’Europa a causa del suo reddito pro-capite ben al di sotto della media europea.
L’attuale crisi economica non ha fatto che rendere più complessa una situazione già abbastanza delicata caratterizzata da un’economia che presentava molti squilibri, primo fra tutti la pesante dipendenza dalle rimesse degli immigrati moldavi. Infatti, dal 2000 al 2008 il Paese ha registrato una buona crescita media del PIL pari al 6%. Tale trend è stato alimentato soprattutto dai consumi sostenuti dalle rimesse dall’estero.
La crisi in Moldova è arrivata più tardi ma ha colpito molto duro: nel 2009 si è assistito ad un crollo delle rimesse dall’estero del 29%, una flessione del PIL pari al 6.5% ed un rallentamento dei consumi del 12%. Si tenga inoltre presente che il debito pubblico moldavo si aggira pericolosamente attorno al 116% del PIL. Queste difficoltà economiche hanno costretto il governo moldavo a prendere seri provvedimenti che nell’ottobre del 2009 si sono concretizzati in un programma di stabilizzazione economica e a rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale che nel febbraio 2010 ha deciso di mettere a disposizione di Chisinau 574 milioni di dollari. Oltre a questo, una Conferenza dei donatori (a cui hanno preso parte la Banca Mondiale, il FMI, l’Unione Europea e molti Paesi come USA, Giappone e Cina) tenutasi a Buxelles lo scorso 25 marzo ha promesso di stanziare 2.6 miliardi di dollari a favore della Moldova.
Chiaramente i dati macroeconomici da noi presentati sono sufficienti per capire che il modello economico moldavo ha bisogno di una serie di riforme necessarie a renderlo più forte, trasparente, competitivo ed efficiente sotto il profilo del consumo energetico.
Tuttavia, a destare più preoccupazione in questo momento non è tanto l’economia quanto la difficoltà che il sistema politico stà fronteggiando da poco meno di un anno. Nell’aprile del 2009, a seguito di elezioni parlamentari, vinte dal Partito comunista dell’allora Presidente Voronin, duramente contestate dall’opposizione, si verificarono violenti scontri di piazza (la cosiddettaTwitter revolution) e veri e propri attacchi contro il Parlamento. L’opposizione accusava il governo di aver commesso brogli pesantissimi che rendevano inaccettabili i risultati. In realtà la presidenza dell UE ha definito le elezioni, sulla base del rapporto della International Election Observation Mission inviata in Moldova, libere e pluraliste.
Poichè il Partito comunista ottenne 60 seggi, 1 in meno rispetto a quelli necessari a securizzare l’elezione del Presidente, Voronin fu nominato Presidente della Camera ed assunse la Presidenza della Repubblica ad interim.
Nel giugno dello stesso anno si procedette a nuove elezioni poichè la Costituzione prevede che si ritorni al voto se non si riesce ad eleggere un Presidente entro 30 giorni. I 4 partiti ‘pro-occidentali’ alleati tra loro (sotto il nome di Alleanza per l’Integrazione Europea) raccolsero abbastanza voti (53) per creare un governo (guidato dal liberale Vlad Filat) e cominciarono ad implementare il loro programma di governo enfaticamente chiamato ‘Ripensare la Moldova’ che presenta una linea politica marcatamente pro-occidentale e orientata ad indebolire il potere dei comunisti.
Un evento importante si verifica poi l’11 settembre 2009 quando il Presidente ad interim Voronin decide di rassegnare le dimissioni. Il nuovo governo propone alla carica di Presidente Marian Lupu ma, mancando dei numeri necessari previsti dalla Costituzione (non si dimentichi che serve una maggioranza di 61 parlamentari) e osteggiati dai comunisti che non votano per il candidato proposto dal governo, fallisce ripetutamente obbligando il Paese ad avere un Presidente ad interim (Mihai Ghimpu, Presidente del Parlamento).
In un certo senso a partire dal settembre 2009 Il governo porta avanti una partita, pericolosa per la stabilità del Paese e per la credibilità del governo, che viene giocata su due tavoli: da un lato prova, e fallisce, a far eleggere il proprio candidato entro i termini temporali stabiliti dalla Costituzione per evitare nuove elezioni. La Corte Costituzionale in marzo ha stabilito che bisogna tornare alle urne entro il 16 giugno 2010, cioè entro un anno esatto dalle precedenti elezioni. Dall’altro mette in cantiere l’ipotesi di una profonda modifica della Costituzione, in particolare si propone l’idea di modificare tramite referendum l’articolo 78 al fine di rendere diretta l’elezione del Presidente della Repubblica (non del tutto casualmente tale idea ha preso forza soprattutto quando i sondaggi hanno mostrato che Lupu aveva sorpassato Voronin nell’indice di gradimento).
Ciò che ci preme sottolineare è che questa fase di stallo e tensioni reiterate si verifica nel momento in cui il Paese avrebbe avuto bisogno, a causa della situazione economica di cui abbiamo già parlato, di un largo consenso e non di uno scontro logorante a livello istituzionale. Inoltre non può passare inosservato il fatto che il governo, che ama presentarsi come campione della democrazia liberale, abbia messo mano ad azioni che in realtà contraddicono molto quel modello e che, al contrario, assomigliano più a metodi autoritari. Per capirci vediamo rapidamente qualche esempio significativo: innanzitutto la volontà di cambiare la Costituzione di fronte ad una fase di stallo al fine di favorire l’elezione del proprio candidato senza curarsi troppo degli effetti laceranti che potrebbero avere sulla vita politica sembra un atto poco lungimirante che potrebbe ritorcersi anche contro la stessa coalizione di governo. Inoltre, il governo stà evidentemente forzando il dettato costituzionale con interpretazioni poco ortodosse. Infine, i processi aperti contro il Ministro degli Interni del precedente governo e del Capo della Polizia hanno più il sapore della vendetta che non della volontà di fare chiarezza sui fatti dell’aprile 2009, quando ci furono scontri di piazza guidati dall’opposizione a cui il risultato delle urne non piaceva per niente.
Tornando alla questione della riforma costituzionale i comunisti si sono espressi favorevolmente sull’elezione diretta del Presidente a patto che si torni a votare per un nuovo Parlamento così come ordinato dalla Corte Costituzionale.
Nonostante questa apertura ci sembra che la strada migliore sia quella di lasciar cadere il nome di Lupu e trovare un candidato che sia accettato anche dai comunisti e solo dopo aprire il confronto per apportare le necessarie modifiche alla Costituzione al fine di metterla al passo con il Paese.
Ci sembra evidente che ciò che i cittadini moldavi si aspettano dalla politica in questo momento siano delle risposte serie ai mali che affliggono lo Stato e spingono migliaia di persone ad emigrare in cerca di condizioni di vita più dignitose. Al contrario, un cambiamento della costituzione come quello proposto dal governo non farebbe altro che allontanare ancor di più i cittadini dalla politica e dalle istituzioni.
Come mostreremo nel seguente paragrafo, se esiste qualcosa di cui la Moldova non difetta sono proprio le sfide geopolitiche. Se le elite politiche moldave vogliono essere all’altezza della situazione devono invece recuperare i cittadini alla politica al fine di utilizzare tutte le energie e le capacità racchiuse in quel piccolo Stato. Questo può essere fatto se e solo se le istituzioni vengono rispettate e non piegate alle necessità contingenti di chi governa.
Il nodo geopolitico della Transnistria…
Quello della Transnistria è un vero e proprio nodo geopolitico in grado di destabilizzare l’Europa intera e che merita dunque un’attenzione particolare. Le prime nubi nere che preannunciavano il conflitto tra Repubblica di Moldova ed i separatisti della Transnistria cominciarono ad addensarsi nell’ultima fase della storia sovietica quando grazie alla politica di Gorbaciov fu permessa l’istituzionalizzazione della lingua rumena e dell’alfabeto latino per poterla scrivere. Questo chiaramente spaventò molto la popolazione slava (Ucraini e Russi) che fino a quel momento avevano avuto un ruolo assolutamente preminente. Nella parte orientale del Paese (cioè la Transnistria), in cui gli slavi erano la maggioranza nelle aree urbane, la protesta sfociò nella proclamazione di una Repubblica nel settembre 1990. Un anno dopo, nell’agosto dell’anno successivo, proprio nel momento in cui Gorbaciov era vittima di un fallito golpe, fu dichiarata l’indipendenza. Anche la Moldova compie lo stesso atto dopo qualche giorno e la dichiarazione d’indipendenza riguarda, ovviamente, tutto il territorio della Repubblica socialista di Moldova.
La tensione sale settimana dopo settimana ed esplode quando l’allora Presidente moldavo Mircea Snegur, dopo aver incassato lo status di membro ONU (2 marzo 1992), ordina di sconfiggere le truppe ribelli della Transnistria che avevano da poco attaccato una stazione di polizia fedele a Chisinau.
Questa escalation mette in mostra tutte le contraddizioni del ‘progetto Moldova’ voluta da Stalin che la creò nel 1940 accorpando la Bessarabia, sottratta alla Romania grazie al Patto Molotov-Ribbentropp, con l’industrializzata regione del Dniester che fino ad allora aveva goduto di uno status autonomo all’interno dell’Ucraina.
La guerra dura poco e si conclude con il cessate il fuoco stipulato il 21 luglio 1992, che sancisce il fallimento del tentativo moldavo, la stabilizzazione del frozen conflict in Transnistria (dove si consolidano le strutture statali) ed il dispiegamento di truppe di peacekeeping russe, moldave e della Transnistria.
Quel conflitto ancora oggi non ha trovato una soluzione e continua a rappresentare una minaccia per la sicurezza e la stabilità europea. A causa di visioni geopolitiche differenti e spesso contrastanti sia tra i due diretti contendenti, Chisinau e Tiraspol, sia tra questi e le Potenze esterne coinvolte, ci sembra che una soluzione politica della questione non sia in vista.
…. ed il ruolo delle potenze esterne, grandi e piccole
Fin dal principio le influenze esterne hanno giocato un ruolo decisivo in Moldova ed in Transnistria creando dei pesantissimi condizionamenti ai decisori di Chisinau. Per i motivi che presto vedremo ci sembra di poter affermare che, sebbene non siano gli unici, Russia, Romania ed Unione Europea svolgano il ruolo più importante.
Il ruolo della Russia in Transnistria è difficilmente sottovalutabile. Sebbene molti amino dipingere la presenza russa a Tiraspol (capitale della autoproclamatasi Repubblica di Transnistria, non riconosciuta giuridicamente da nessun Paese al mondo ad eccezion fatta per Abkhazia ed Ossezia del Sud, che hanno anch’esse qualche problema ad essere riconosciute) come l’esempio lampante dell’imperialismo russo e della malafede del Cremlino, la questione è in realtà molto più complessa. La popolazione della Transnistria, soprattutto quella di origine slava, vede la presenza delle truppe russe come una garanzia contro la possibilità di diventare cittadini della Romania. Ancora oggi Bucarest è vista con grande sospetto in questa Repubblica autoproclamatasi.
Le truppe russe hanno avuto un ruolo chiave fin dall’inizio: non si dimentichi infatti che è grazie alla presenza della ex 14° armata sovietica al comando del generale Alexander Lebed che l’offensiva moldava del 1992 è stata respinta con successo. Da quel momento la presenza russa si è consolidata, non solo a livello militare ma anche a livello economico. In un certo senso la Russia potrebbe ritirare le proprie truppe anche domani senza perdere la possibilità di giocare un ruolo preponderante in Transnistria grazie alla sua massiccia presenza nell’economia locale. Chi invece non vuole il ritiro russo sono le elite della Transnistria: il ritiro delle truppe russe cominciò infatti nel 2001 grazie ad un accordo internazionale ma fu ben presto interrotto a causa del rifiuto di Tiraspol a lasciar partire le armi di proprietà dell’esercito russo bloccando quindi il ritiro. E’ chiaro da questo esempio che Tiraspol vede nella massiccia presenza russa sul suo territorio l’unica vera garanzia di soppavvivenza e preme affinchè le proposte di risoluzione del conflitto presentate dal Cremlino tengano conto della volontà di rimanere un’entità politica a se stante. La Transnistria ha mostrato la sua volontà di confluire nella Federazione Russa con un Referendum tenutosi nel settembre 2006 e non riconosciuto nè da Chisinau nè dalla comunità internazionale.
Il rapporto che Mosca ha con la Moldova non è altrettanto idilliaco. Non lo è ora che a Chisinau siede un governo dichiaratamente pro-occidentale che potrebbe mettere in discussione la propria neutralità a favore di un avvicinamento sostanziale alle strutture politiche e militari occidentali (UE e NATO), mentre sappiamo che Mosca vede in tale neutralità una barriera all’espansione dell’Alleanza Atlantica ritenuta pericolosa per la propria sicurezza nazionale. In realtà i rapporti non erano perfetti anche quando c’erano i comunisti di Voronin a governare, i quali avevano certo verso Mosca un occhio di riguardo ma mai al punto da compromettere quelli che erano ritenuti essere gli interessi nazionali: ad esempio, Voronin non ha mai accettato il piano Kozak presentato da Mosca e volto a creare una Federazione tra le due entità.
Detto questo è bene comunque sottolineare che l’asso nella manica di Mosca si chiama gas. La dipendenza della Moldova dal gas russo è pesantissima e sia nel 2006 che nel 2009 si sono verificate interruzioni ai flussi di gas (nel primo caso a causa del rifiuto moldavo a pagare un prezzo più alto, nel secondo a causa del contenzioso russo-ucraino). E’ chiaro che se vogliono godere di una posizione geopolitica più salda i policy-maker moldavi devono diminuire questa dipendenza incrementando l’efficienza dell’economia nazionale. Non partecipare con le proprie truppe alla parata sulla Piazza Rossa per celebrare la vittoria sul nazismo sarà pure un gesto simbolico (anche se sono state addotte ragioni economiche) ma non intacca la debolezza moldava nei confronti di Mosca.
La Romania gioca chiaramente un ruolo importante nelle vicende moldave. Sotto il profilo etnico, culturale e linguistico i due Paesi sono vicinissimi e questo non può non avere delle ripercussioni geopolitiche. Bucarest ha sempre cercato di attrarre a sé Chisinau al fine di intensificare i rapporti e di promuovere i propri interessi in una terra che è vista come appartenente all’universo rumeno.
Fin dall’inizio del conflitto la Romania è stata percepita da Tiraspol come un pericolo al punto che il generale russo Lebed, durante la guerra del 1992, rassicurò i rumeni sul fatto che la sua armata era in grado di raggiungere Bucarest in un paio d’ore!
L’attuale governo moldavo, nel tentativo di avvicinarsi il più possibile all’Unione Europea, ha intrapreso una serie di passi verso la Romania che potrebbero avere conseguenze geopolitiche importanti. Come ben sappiamo, la lingua è un fattore identitario fondamentale che influenza la rappresentazione geopolitica di un Paese. Ora, la Costituzione moldava stabilisce che la lingua ufficiale dello Stato è il moldavo, tuttavia poco tempo fa il Presidente del Parlamento ha pubblicamente dichiarato che Moldavi e Rumeni condividono le stesse origini etniche e parlano la stessa lingua: il rumeno. Si dice inoltre che sempre lo stesso Presidente Ghimpu abbia proposto di cambiare il nome della lingua ufficiale dal moldavo al rumeno e rivedere l’idea di neutralità al fine di avvicinare Chisinau all’Unione Europea.
Se tali proposte fossero implementate si verificherebbe un allineamento moldavo sulle posizione di Bucarest ed un ennesimo allontanamento tra Chisinau e Tiraspol, magari quello definitivo, visto e considerato che come abbiamo detto la popolazione della Transnistria non vuole avvicinarsi a Bucarest. Si avrebbe inoltre una più che comprensibile reazione da parte della Russia spaventata da un così importante mutamento. Ad innalzare il livello d’allerta russo contribuisce anche il fatto che i due Paesi hanno incrementato i loro rapporti militari stipulando da poco un’accordo sulle priorità della cooperazione tra i due eserciti per i prossimi anni ed un Protocollo di collaborazione tra le forze aeree della Romania e le forze aeree militari della Moldova e che la Romania ha deciso di incrementare le spese militari al fine di modernizzare le forze armate.
Infine l’Unione Europea che ha un interesse strategico nel favorire e mantenere la stabilità nel suo confine sudorientale favorendo fin dove è possibile, attraverso certe politiche ad hoc, l’acquisizione del cosidetto aquis communitaire, ritenuto a Bruxelles come la conditio sine qua non verso la realizzazione di una forma di stato democratica secondo i parametri occidentali e l’acquisizione del benessere economico.
Chiaramente nella sua politica verso la Moldova l’Unione Europea è fortemente influenzata da Bucarest.
Gli strumenti politici messi in campo da Bruxelles sono molti. Probabilmente i più importanti, soprattutto per consistenza finanziaria, sono la European Neighborhood Policy e la Eastern Partnership in cui la Moldova è coinvolta attivamente e da cui riceve aiuti consistenti per la realizzazione di una serie di riforme e progetti. Basti dire che per il periodo 2011-2013 la Moldova riceverà 273 milioni di euro, circa il 75% in più di quanto ha ricevuto la volta precedente. Inoltre si discute della possibilità di stipulare un Accordo di Associazione i cui pilastri saranno (o dovrebbero essere) un accordo di libero scambio e l’abolizione del regime dei visti per i cittadini moldavi che vogliono entrare nell’UE.
L’Unione Europea ha definito le elezioni dell’aprile 2009 come libere e pluraliste e ha condannato la violenza: nonostance ciò appare chiaro che Bruxelles sia portata a vedere nel governo di Filat e nella sua retorica ultra-europeista un interlocutore con cui discutere a tutto campo di una collaborazione ampia volta ad un avvicinamento della Moldova all’UE, sebbene nessuno parli dell’ingresso nell’Unione. Allo stesso modo, si tende a chiudere gli occhi sugli aspetti meno piacevoli di quel governo.
Per quanto riguarda la Transnistria, l’UE ha attuato delle misure restrittive imposte contro la dirigenza di Tiraspol a partire dal 2003 e con la Missione EUBAM, creata nel 2005, sostiene gli sforzi ucraini e moldavi volti a migliorare il controllo della frontiera tra le 3 entità politiche e a scoraggiare i traffici illeciti che in quella parte di mondo trovano terreno fertile.
Conclusioni
Come abbiamo visto la Moldova è uno Stato piccolo che presenta tutta una serie di debolezze politiche ed economiche a cui si somma la presenza di un frozen conflict sul proprio territorio (o meglio, su un territorio su cui ambisce ad esercitare la propria sovranità) che non rende certo le cose più facili. Le debolezze e le incongruenze che affliggono le istituzioni politiche ed economiche del Paese sono una sfida che le elite moldave possono e devono assolutamente vincere se vogliono rafforzare la capacità del Paese di promuovere autorevolmente i propri obiettivi geopolitici in un’area alquanto turbolenta, e permettergli di avere un ruolo più attivo nello scacchiere Regionale.
Un rafforzamento del genere si rivelerebbe utile anche a rinvigorire la posizione moldava nella complessa e delicata partita che si sta giocando sulla Transnistria, dove gli interessi di Chisinau devono fare i conti non solo con quelli di Tiraspol ma anche e soprattutto con quelli di Mosca, Bruxelles, Bucarest e Washington.
I policy-maker moldavi dovrebbero capire però che le debolezze e le incongruenze del Paese non dovrebbero essere risolte perseguendo politiche che spaventano le elite della Transnistria e preoccupano Mosca in quanto si rivelerebbero profondamente controproducenti per gli assetti interni e regionali.
* Alessio Bini è dottore in Relazioni internazionali (Università di Bologna)
Sullo stesso tema vedi anche il saggio “L’importanza geopolitica della Transnistria di fronte all’accerchiamento atlantista della Russia” di Stefano Vernole, pubblicato nell’ultimo numero di “Eurasia”

http://www.eurasia-rivista.org/piccoli-ma-importanti-la-repubblica-di-moldavia-in-bilico-tra-il-futuro-ed-i-fantasmi-del-passato/3950/